Lettere da Ferrara

1

E’ brutto amare nel 1973.

Tutto per colpa dell’amore, per aver fatto l’amore. Sì, l’amore, l’amore.

Ho amato anche io. Quanto era bella Irina. “Era” Irina perché Irina non c’è più, oggi. O almeno così credo, no? Ecco, se lo dice lei non ho di che preoccuparmi che poi qui tanto non mi stupisco neppure più.

Ma io la continuo ad amare, sa, continuo a fare l’amore sempre con lei e solo con lei anche se non so più dove sia.

Qui a Ferrara fa più freddo, sa, fa più freddo di quanto pensassi e l’umidità mi fa respirare male. Sarà l’asma o forse la tosse che è peggiorata da quando sono entrato.

Scrivo sui muri di nascosto, nascosto sotto il letto dove dormo e dove penso e dove vivo. Scrivo con una matita rubata a qualcuno che forse è morto, immagino, qualche giorno fa.

Qui tutti ridono e qui tutti urlano, sa, e si disperano e sembra normale, in fondo questo è ciò che identifica il senso della vita se così borghese ella vuol essere descritta.

Il problema sta alla fonte, sotto la fronte, sta nel fatto che noi, qui dentro, viviamo ogni esistenza nel giro di clessidra. Viviamo il male dell’universo nelle nostre viscere con la pelle a disegnare muri. Le sembra facile ma non lo è, perché fermare la fantasia non è un lavoro semplice neppure per gente come voi, si figuri come possa farcela io.

Di notte scrivo sui muri il suo nome. Il nome di Irina? Si, Irina. Si. Forse glielo avevo già detto tempo addietro.

Sarà orribile il 1974, sa.

Da poco l’uomo è arrivato sulla luna e chissà quante cose potrà fare ancora nel futuro, ma una cosa di certo non sarà in grado di fare: sicuramente non saprà tirarci fuori da qui.

O per lo meno non ci riuscirà come vorremmo uscirne noi.

Non riuscirà sicuramente ad amare come ho saputo amare io la mia piccola Irina; io che uomo, per gli uomini, non sono più oramai.

Povera Irina, chissà se almeno lei ora starà bene lontana dal mondo. Pensi che l’ho fatto per poterla liberare, per poterla amare addirittura dall’altra parte. Non ho capito le sue lacrime, le sue urla, il suo stupore. Chi potrà mai saperlo? Chi mai potrebbe, dopo tutti questi anni?

Che tanto domani me ne andrò, non lo dica in giro, ma la matita è affilata a precisione. Servirà solo una spinta per inciampare verso l’eternità.

Tanto qui di fuggire non mi sembra aria.

La libertà è orribile a Ferrara, e sono certo che anche lei capirà il mio desiderio di tornare a casa e di respirare una volta ancora l’ossigeno buono che sta al di là.

Che è davvero brutto vivere nel 1973, che si sappia Dottore, che si sappia.

Che sono stato io, che l’ho voluto io.

di LUCA MARINANGELI

(In memoria di tutti i malati che anche dopo il 1980 non sono riusciti a respirare l’ossigeno buono)

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