Libero è chi il libero fa

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Parole, parole, parole.

Nel bar l’aria è intrisa di fumo di sigaretta, anche se in teoria non si potrebbe fumare.

Una vecchia guarda il suo iPad rigirandolo più volte tra le mani prima di capirne il verso.

Tu, misero oggetto misterioso, cosa vuoi da me?” si domanda perplessa lei seduta.

Non ho voglia alcuna di scambiare parole con la gente intorno, tantomeno con il barista e proprio come il barista, intento a seguire le notizie che scorrono in sovraimpressione su RaiNews24.

Mi siedo e mi emargino e che male potrebbe farmi, d’altronde.

La carrellata di notizie arriva rapida come un brivido lungo la schiena. Il barman non si fida però della tv e accende il suo portatile, lì sa di trovare le notizie giuste che il suo “sistema nemico” non gli farà sapere per chissà quale motivo.

Spio il monitor di nascosto da quaggiù e solo Dio sa quanto sarebbe stato meglio non farlo.

Libero, il quotidiano italiano, chiede di votare online “si o no” ad un blitz in India da parte delle nostre forze armate per liberare il marò Girone.

Pino Daniele muore e non so per quanti altri giorni morirà.

L’onorevole penta-stellato Giarrusso desidera trovare Renzi impiccato ad un albero.

L’idea di “penta stellato” fa molto “lode a Mefisto” ma questo è ciò che meno mi preoccupa del Movimento, ad essere sincero.

La faccia del cameriere, lo vedo, è quella di chi vorrebbe dire la sua. Di chi vorrebbe far sapere al mondo la propria importantissima opinione.

Però i Rom con i sussidi.

Però i politici corrotti.

Però i barconi sulle coste.

Però i rapinatori morti ammazzati.

Però i cuccioli di Labrador per la sperimentazione.

Siamo tutti democraticamente liberi di esprimere la nostra visione del mondo. Vogliamo, come fosse una costrizione, mostrare la nostra posizione nascosti dietro la nostra tastiera ormai ultimo divisore tra il menefreghismo e la militanza.

Sul divano, con il cazzo in mano e la voglia di dire cosa pensiamo.

Io c’ero. Io vorrei dire.

Io, io, io.

Tastiera, tastiera, tastiera.

E passare da narcisisti con i nostri messaggi in bottiglia che arrivano come un pugno e poi se ne vanno senza lasciare traccia alcuna.

La storia passa e noi siamo ancora lì a cercare di “guadagnare 287 euro in soli 16 minuti“.

La democrazia virtuale anche stavolta, nel nome del nostro egocentrismo, vince sulla nostra intelligenza.

Esco dal bar.

La Francia piange il suo dolore ed io con loro ma la vecchia accanto a me urla “Nun se ne po più de ’sti Mussurmani” e mi fa capire tristemente che questo dolore si sta già trasformando in qualcosa di molto più orribile, qualcosa che andrà oltre Maometto e oltre Charlie Hebdo.

Domani torneremo a parlarne. O forse no. Come sempre.

Parole, parole, parole e di martiri per la libertà d’espressione non ne avremo più ricordo: nessuna memoria del Charlie Hebdo e neppure di tutti quei luoghi in cui i giornalisti vengono uccisi senza postume manifestazioni di solidarietà.

Niente di niente che tanto noi di parole da usare ne avremo comunque in quantità.

Fuori dal bar inizia a piovere. Che vergogna, c’è pure il manifesto di CasaPound sul muro davanti.

Una ragazza dai capelli rossi passa, alza una matita verso il cielo, protesta contro il fanatismo, modifica con Fish Eye e condivide su Tumblr.

Sull’uscio della porta del bar la vecchia la osserva, la vecchia ride, la vecchia scivola, la vecchia cade.

Meglio così, molto meglio così.

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