Il Serpentone dell’Autogrill

A chi non è mai capitato di fermarsi in un autogrill dopo ore di viaggio nell’A1 dissestata e intrisa di acqua per prendere un Camogli al volo? E magari in uno di quei giorni bollino nero?

La sintesi della vita in quella tappa dedicata al coffee break autonomamente deciso:

è finita la benzina, in tutti i sensi.

Una fila è per sempre [cit.]
La prima fila: con pazienza inserirsi nella coda chilometrica per fare lo scontrino, tra bambini in gita urlanti che odi tanto quanto ne invidi l’ingenua felicità, pensionati reattivi quanto un cambio di Walter Mazzarri, coppiette che si sbaciucchiano perché pensano di essere nel quadro di Hayez pur sapendo che si lasceranno all’uscita, o almeno il caso contrario è quotato Snai 1:5. Arrivato alla cassa ti vengono offerti una serie di menù fak in cui ci sei già cascato, più volte ma errare è umano. Vuoi un Camogli e un caffè, prendi un menù fashion breakfast. Ops.

La seconda fila: ti appresti ad attendere il tuo turno, in pieno stile sala d’attesa per prelievo del sangue ovvero numeretto e sedie, occupate. Trovi tutti lì: i simpatici bambini di prima sono così carucci da confondere continuamente il barista al banco con richieste improbabili di Happy Meal pur essendo da Chef Express; i rapidi vecchietti attendono la loro easy tazza di thè indiano microfiltrato con 10ml di latte e 5ml di succo concentrato di limone con zucchero fino di canna boliviana; i giovani amanti litigano per la scelta di un discutibile cappuccino con sandwich allegato. Vince chi soffre e dura. Il Camogli è servito. Freddo ma c’è.

La terza fila: ti sei fermato per fare una pausa e fare rifornimento, e allora perché non approfittarne per andare al bagno? Sei un uomo e almeno in questo raro caso, fossile esempio nel 2014, rimane un vero motivo di privilegio. Salti, salutando con baffuto sorriso beffardo, le bimbe in preda ai sintomi di snervante attesa, e raggiungi l’obiettivo. Altra cassa per pagare. Siamo in Italia e ogni servizio si paga tre volte, come si sa. Qui te la cavi se non fosse che hanno automatizzato con i sensori tutto e non va nulla. Dopo aver atteso cinque minuti il sapone, sviti il rubinetto e almeno ti lavi le mani. Asciugarle? Hanno messo il nuovo sistema e aspettare che smettano di giocarci prima di te una decina di uomini frustrati non è il caso.

E’ fatta? Sei pronto per uscire?

Sì, hai tutto ma dove è l’uscita?

E allora vivi l’esperienza più unica del tuo viaggio terreno: il serpentone.

Inizi a vagare in una serie di tornanti che fanno invidia alle gare alpine del giro d’Italia:  cammini tra salumi il cui prezzo li rende interessanti anche per i norcini che cercano di capire il motivo di cotanto valore economico, cover di Iphone 1-2-3-4-5-6 e sette per prevenirne l’assenza prossima ventura, lingerie tipicamente causa di imbarazzo quando accompagnati da colleghe al tuo fianco. Ma dell’uscita neanche l’ombra. E ancora si cammina, si fa una telefonata a casa per dire di non chiamare Chi l’ha visto, si prendono appunti di marketing, si evita ogni bibita da acquistare in quanto se poi ti scappasse e dovessi tornare indietro sarebbe letale.

Ecco il miraggio della cassa e ti scusi ma non dovendo pagare puoi andare avanti, sbracciando peggio di un ultrà in curva o un pendolare che vuole entrare come duecentesimo in un bus da 50 posti.

Sei fuori. Sono passati 75 minuti e il tom tom inizia a chiederti dove sei stato, peggio della tua ex.

O cazzo. La benzina!

Fabio Monachesi

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