Ciak, si gira

impara l’arte e mettila da parte

 

La solita musica, puntuale e impostata. Un ritornello che si concede il bis per sicurezza.

La solita pioggia, rituale e umida. Una strana abitudine di un mese estivo.

La solita strada, unica e imprescindibile. Un percorso tradizionale tra lo smog e le giovani gonne svolazzanti.

Ogni giornata è un’opera d’arte, anche se oggi mi sembra un po’ un falso d’autore. La notte ha portato consiglio e l’ispirazione mi è venuta nel sonno. La cornice odierna è già pronta, con il telo già disegnato su cui dare le pennellate giuste, tra un appuntamento e una telefonata. È davvero presto, soprattutto temo di aver contato molte pecore stanotte e le palpebre cedono. Sono una statua, una preda debole per i vandali. Ci sono bravi scultori a darmi una mano, però non voglio farmi scolpire, non rinnego la mia forma, la mia sostanza. Lo strumento è sul tavolo, si lascerà suonare dalla mia creatività, almeno spero. Note di colore e note tecniche. Anche stamattina sono in ballo e devo ballare in una pista libera, desolata, priva di sentimento: per gli altri.

Ciak, si gira.

Sono protagonista di un reality, attore e regista del mio film. Per svegliare l’anima, il cinguettare dei passeri che si rifugiano dalle nuvole sugli alberi vicini è un canto melodico, quasi ipnotico. Il cuoco ha preparato le sue specialità e me le ha servite su una scatola di plastica. La varietà del cibo è lodevole, da tutto il mondo e anche oltre. Un caffè americano per il cervello, un thè indiano per il cuore.

Sono tante le emozioni che provo, tuttavia nessuno lo penserebbe. In fondo è meglio credere che gli altri siano noiosi piuttosto che sprofondare nella depressione delle proprie nullità. La soddisfazione di esserci, l’orgoglio di non essere altrove, la gioia di essere utile. Pensare che tuo nonno da lassù è fiero di me, mi fa salire un brivido lungo la schiena. Non si tratta del tremolio di una sbornia o del paradiso di un’overdose di cannabis. È la felicità vera del sacrificio, la grande bellezza dell’essere senza apparire. Non sono il sex symbol bohémien delle ragazze prive di una vera identità. Sono cosciente che non esista alcuna palestra a pagamento utile per regalarmi questo momento. Nell’inconsapevolezza sono uno scrittore. Per mio diletto o per mia sfortuna, sto scarabocchiando un libro, che chissà qualcuno magari sfoglierà. Altrimenti, rimarrà chiuso in qualche cassetto in attesa della chiave che riesca ad aprirne la serratura. Una lettura originale o una pellicola irripetibile, comunque sarà una vita sfogliata dietro una cinepresa.

 

Squilla il telefono.

Ho sbagliato, lo ammetto.

All’ingresso in ufficio ho dimenticato di timbrare.

 

Articolo di Fabio Monachesi

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