Febbre Mundial

 

Luca questa mattina si è svegliato presto.

Un sonno agitato, afoso, appiccicoso.

Ore di lavoro in fabbrica che non accennano a passare, il turno che finisce alle 6.

Oggi però, Luca ha chiesto di uscire mezz’ora prima.

Ovviamente non è stato l’unico.

Il 70% della fabbrica, cioè la percentuale di uomini tra gli operai, ci ha provato.

Il permesso però, l’hanno dato a pochi.

Lui, operaio di lungo corso, se lo era meritato.

Birra ghiacciata già in frigo, bandiera fuori dalla finestra, gli amici storici.

Oggi c’è Italia – Uruguay.

Sale in macchina di corsa, accende la radio. In sottofondo c’è Maracanà, tanto per cambiare.

Tra la Rai con Mina, la Mediaset con Bennato, canzoni ufficiali, stacchetti, Pitbull, Shakira, cori e nomignoli.

Questo è il mondiale degli speciali, dei programmi tematici 24 ore al giorno, della pizza che si chiama come l’attaccante della nazionale, degli hashtag e di nazioni da 4 milioni di abitanti che passano prime nel girone.

Sembra una storia già nota, quella dei costaricani, strano che nessuno non abbia deciso di tifarli così, per scelta, per essere fuori dal coro.

 

Il calcio, business miliardario ormai da qualche decennio,  ci ha contagiato con una febbre di una intensità mai vista, per varietà e intensità, impedendoci di pensare ad altro.

 

Luca sa già che dal prossimo mese sarà licenziato.

Non c’è più lavoro, gli hanno detto.

Non ha capito bene come mai, bombardato da dati e parole che non ha compreso fino in fondo.

Ma non gli importa.

Oggi c’è la possibilità di arrivare agli ottavi.

Oggi basta un pareggio.

Il mondo, quello vero, l’ha chiuso fuori ormai da un po’.

 

Articolo di Simone Bellucci

 

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