La Bastiglia di Rio de Janeiro

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L’esordio è stato deludente con quel 3 a 1 che comunque non ha messo in buona luce una seleçao verde-oro da sempre considerata la favorita di ogni mondiale di calcio.

Il Brasile è la squadra da battere.

Il Brasile è sempre la squadra da battere.

I nostri giocatori entrano in campo tenendosi la spalla a vicenda, cantano l’inno a squarciagola insieme a 60 mila spettatori sugli spalti, piangono e si emozionano con noi e per noi.

Questo è il Brasile e questo è il marketing, signore e signori.

Sono strategie di vendita, sono sponsor che vogliono il loro ritorno economico, sono sorrisi col fil di ferro al mondo che ci guarda.

Non possiamo mostrare all’intero Pianeta le nostre debolezze, le nostre spine.

Siamo tutti certi che il destino sia scritto già, lassù, sopra il Cristo Redentore.

Un destino che ci vede “spinti” verso le semifinali di questo mondiale se ciò potesse mai servire ad evitare una disastrosa guerra civile in terra brasiliana.

La Coppa del Mondo costerà al Brasile circa 30 miliardi di dollari.

Nuovi stadi in un Paese dove l’analfabetismo colpisce in media il 10% della popolazione e dove 13 milioni di persone soffrono la fame e molte altre muoiono aspettando di essere curate. Là fuori ci sono le favelas, le lotte per i diritti soppresse dalla polizia in tenuta anti sommossa e soffocate dagli annunci trionfalistici del governo Rousseff.

Là fuori c’è la realtà che fa male a noi quanto a voi, gentili telespettatori.

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Il passo è breve dal 1950, quando i suicidi del Maracanazo sporcarono la nostra storia, al 2014 con gli agenti di polizia che sparano ad altezza d’uomo.

Il passo è breve e a volte controllare la sfera diventa difficile.

A volte si scivola, si tira di punta, si è stilisticamente rozzi.

Ma il pallone gira e rotola e fa emozionare interi paesi nonostante gli spray arbitrali, i microchip sulla linea di porta e i soldi spesi inutilmente per innalzare mostruosi stadi calcistici che cadono a pezzi al tirar del vento.

Analfabeti, traverse, crescita economica, poveri, bisognosi, cross in area.

Cosa ci rimane? La speranza di sopravvivere.

Panem et circenses” affinché questo mondiale non finisca mai.

Consapevoli che purtroppo la fine è lì, inesorabile, che ci attende al 91esimo minuto di Rio De Janeiro.

E non potete capire quanto sia incredibilmente orribile sapere che tra quei 22 piedi brasiliani passa il futuro politico di un Paese intero.

E non potete sapere cosa sarà di noi il 14 Luglio.

A voi la Bastiglia, a noi il Maracanà.

articolo di Luca Marinangeli

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