Mes que un club

mes que un club

Seguo il flusso della gente. In realtà, sono spinto dalla folla ad uscire dalla metro. Ci sono i tipi che mi chiedono se ho il biglietto, li vendono anche loro. Lo chiedono sempre, forse si preoccupano per me o gli sono avanzati! Noi siamo comunque organizzati, fieri di indossare le maglie della nostra squadra, orgogliosi della sciarpa bicolore, pronti per la curva Nord. In effetti c’è da fare una bella passeggiata per arrivare a San Siro. Di rituale ci fermiamo al Mc per l’hamburger della scaramanzia. Incontriamo un fan club venuto in pullman. Dicono che è la loro prima volta a vedere un match a Milano, quindi non gli sveliamo niente, pur facendogli capire che sarà speciale. Siamo carichi e iniziamo a cantare. Si aggregano altri giovani e inneggiando il capitano, giriamo intorno all’ippodromo osservati dai murales di Mourinho e Kakà. Oggi è una partita importante, indimenticabile, unica: l’ultima di alcuni degli eroi che per sempre avremo nel cuore oltre che come poster in camera, gli unici che non ci hanno mai tradito. Nonostante la squadra abbia perso l’ultima volta, le biglietterie sono piene. L’entusiasmo per i simboli viene prima dell’amarezza per una sconfitta. Abbiamo i nostri fogli stampati a colori, ci piace poco il bianco e nero. Arriviamo al gate e ci chiedono il documento. In realtà il nostro abbigliamento è un lasciapassare assicurato. A malincuore ci stappano la bottiglia, con onestà ci ridanno indietro il tappo. Le regole sono regole e tutti vogliamo rispettarle. Vicino c’è un padre con il bambino. È il ritratto della felicità. Secondo anello verde, settore 12, rampa 3. Passiamo i tornelli e nuovo controllo del biglietto. Saliamo veloci, senza fatica per l’adrenalina, quattro rampe di scale.

Una delle poche gioie immense della vita è entrare in uno stadio, in una Scala del calcio, vuota. Vedere il verde del campo, il rosso delle tribune, l’azzurro del cielo. Sono soddisfazioni. Chi non segue, spesso per non essere conformista questo sport, preferendogli il football USA che fa più figo, non può capire. Un tifoso come me, invece, sa bene di cosa parlo. Un brivido, quello dell’urlo della Nord quando Peppino Prisco compare nei monitor ed entrano i giocatori per l’allenamento. Chi ama una squadra non la vede solo come una partita, ma è una filosofia di vita, un mes que un club come dicono in Spagna, per cui è normale la trepidazione e l’ansia. La tifoseria ospite è gemellata con la nostra. È chiaro che non mancano gli sfottò e gli striscioni ironici, tuttavia il gioco è questo, una gara e una competizione. Si riscalda anche la truppa arbitrale, piovono insulti e, visto il rinnego continuo di mezzi tecnologici in parallelo alle decisioni assunte nel corso della stagione, non possono essere biasimati. C’è un clima sereno, ragazze curiose che si fanno le selfie sotto le bandiere sventolanti, famiglie contente per la domenica alternativa. Tutti si aspettano il gol, quel boato che si sente fino a Lambrate e il vibrare degli spalti che impaurisce i colleghi in trasferta. È arrivato il capo ultras. Come faccio a riconoscerlo? È pelato. Lo salutano tutti. Tatuaggi ovunque, compreso biscione must sul braccio destro. Non ha il megafono, da divieto, ma la sua voce nasale si sente fino alle file in cima. È comunque tutto tranquillo. Si intonano i cori, si inizia a saltare, si vede la partita in piedi.

Cala uno strano silenzio, quello che è tipico delle situazioni tra angoscia  e paura. Si vedono dei tizi, sguardo fisso da assunzione preliminare di stupefacenti, fisico scolpito da San Vittore, arroganza e ignoranza senza confronti. Spingono e si fanno strada. Gli steward guardano il campo, non possono accorgersene. La polizia lascia fare, evitando di accendere una miccia o delle tediose trattative unilaterali. Scoppiano petardi e ordigni di vario tipo, lanciati in campo o in mezzo alle persone. Ancora nessun intervento. I genitori vanno verso l’uscita con i propri figli. Stiamo a guardare e vediamo come evolve la situazione. Le regole ci sono e le leggi parlano chiaro in queste circostanze, con nuovi nomi coniati per l’occasione, come tessera del tifoso o daspo. Gli stadi non sono di proprietà, perché quasi tutti i comuni preferiscono intascare i soldi dell’affitto e non concedono nel piano regolatore la costruzione di nuovi impianti, più gestibili e con posti di lavoro correlati. La conseguenza è che gli steward non sono pubblici ufficiali e non possono fare granché. La polizia è intimorita e forse stanca di essere utilizzata ogni maledetta domenica nei gradoni di un campo sportivo. È chiaro che qualcuno non ha fatto rispettare le regole di accesso. È palese che se non si fanno rispettare  le leggi e non si ha la certezza della pena, regna l’anarchia. I provvedimenti classici in questi casi sono, rigorosamente dopo incidenti e feriti, le chiusure delle curve o degli stadi, magari la proposta sospensione del campionato. Punire tutti è sicuramente più facile che andare a pescare i veri delinquenti, le singole carogne della società che sfogano i loro istinti primordiali nello stadio. Il problema è culturale, ovviamente non limitato a un rettangolo ma riguardante un qualunquismo etico generalizzato. Senza scendere nel filosofico, possono essere presi facili provvedimenti, tuttavia le forze dell’ordine sono ferme e il prefetto osserva dalla tribuna vip senza prendere decisioni. E’ al telefono, imbarazzato e perplesso.

È l’ultima del capitano. Vogliamo vederlo e abbracciarlo, magari con qualche lacrima sul viso e un po’ di tormento nel cuore. Se non ci pensa chi di competenza, ci pensiamo noi. Fischi. Disapprovazione. Isolamento. L’unione fa la forza e tutti contro quell’esiguo numero di avanzi di galera diventa la soluzione improvvisata più immediata ed efficace. Tutto lo stadio si ribella. Basta con la violenza. Sì alla protesta, sì alle contestazioni, sì alla rabbia, nei confini della civiltà e della correttezza. Si critica un inno, quello della stupidità. Di fronte agli ennesimi black bloc venuti a rovinare la festa, non ci stiamo. Anch’io, con i miei amici, iniziamo a disprezzare con vigore quei pezzenti che iniziano ad avere timore, non si erano mai trovati un pubblico nemico e ora la polizia prende coraggio.

Una svolta. Un cambio radicale. Prima di ogni necessaria nuova disposizione, una nuova mentalità.

Mes que un club

Articolo di Fabio Monachesi 

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