L’intelligenza del dubbio

Il problema dell’umanità è che gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi.

Così Marco iniziò la sua prima lezione in università. Quella scritta di Bertrand Russell sulla lavagna era un monito per il percorso da intraprendere e un messaggio chiaro da metabolizzare nel tempo. Il prof la sapeva lunga e non c’è miglior insegnamento dell’invito a chiedere. Se pensa a quante volte gli hanno detto che il suo mestiere consiste nel dare risposte ai problemi, gli viene da sorridere. Preferisce in genere fare domande per opportuni approfondimenti che elargire banali soluzioni di comodo. La curiosità spinge l’innovazione e il punto interrogativo è il modo migliore per raggiungere un ottimo risultato finale. Convivere con i dubbi richiede un talento misterioso, un fascino ombroso, una saggia consapevolezza. Le lezioni accademiche sono un fac-simile ovattato di un cammino chiamato vita, dove le insicurezze dei sentimenti, l’incertezza del futuro e la voglia di far proprio il presente sono gli ingredienti essenziali per la lucida follia proiettata sul domani. Genio e sregolatezza si fanno compagnia, spesso insieme a serietà e scarsa simpatia, perché le risate acquistano un altro sapore, a volte amaro e sarcastico oppure commovente e intenso. La vita sociale diventa un tabù da rompere come ogni stereotipo, per fortuna. I divertimenti sono l’evasione dallo stato di limbo metafisico che pervade l’essenzialità dell’attimo empatico. Probabilmente l’obiettivo non è facilmente raggiunto, perché la bellezza della stupidità è rara, se non è un dono della natura. L’invidia verso chi ha meno coscienza dei suoi limiti e delle sue debolezze, è il comune stato d’animo delle menti di chi sa di non sapere. Imitazione, nuovo guardaroba, nessun commento critico e battute copiate dalla tv rappresentano i primi passi verso l’emancipazione alla cultura del tutto e niente.

Il ragazzo sempre felice è più simpatico, gestisce la movida, attira tante amicizie e giovani tipe al pub. Fuma la sigaretta, non per scelta ma per moda adolescenziale. Porta vestiti attillati in pelle, si fa la cresta dal parrucchiere e la barba la tiene lunga, perché così fan tutti. Non gli piace la cravatta, se non altro perché non sa farne il nodo. Non indossa gli occhiali, se non quelli da sole, la vista non si è consumata sui libri, oggetti sconosciuti più che odiati. L’appuntamento settimanale dall’estetista e la dieta per i meggins, sono i simboli di una giovinezza vissuta con passione alla play e in discoteca. Ride, sempre e non per ottimismo ma per stoltezza. Di sicuro il bicchiere per lui è sempre mezzo pieno, il che è un’enorme garanzia di allegra spensieratezza.

Cogito ergo dubito

La generalizzazione fa parte dell’incapacità di discernimento e dell’arrogante squallidezza della superbia, per cui, in nome di quell’ambito successo conformista e globalizzato, stile Grande Fratello, è opportuno impiegarla, come in questo caso. Con un pizzico di ammirazione, magari un’identificazione nell’uno, nessuno e centomila. Stupido è chi lo stupido fa, o almeno se preferiscono Marco così, si adeguerà per sopravvivere.

O forse no. Permettetegli di lasciarsi un dubbio.

 

Articolo di Fabio Monachesi

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