We are Waves

Siamo stati contattati da i We Are Waves, band torinese che si definisce amante di la New Wave e l’Elettronica. Li abbiamo ascoltati, ci sono piaciuti, li abbiamo intervistati!

I We Are Waves

Salve ragazzi, innanzitutto presentatevi, dateci le vostra carta di identità rock e raccontateci come inizia la vostra storia.

Ciao a voi! Siamo i We Are Waves, veniamo da Torino e siamo nati nel 2012 dalle ceneri di un precedente progetto musicale. Suoniamo New Wave contaminata con Elettronica moderna, suonata in maniera intensa e potente di matrice rock.

Le vostre sonorità sono estremamente raffinate, quanto lavoro c’è dietro la scelta di un qualunque suono di “LABILE”?

Parecchio! La ricerca sui suoni fa parte integrante del nostro sound; ogni suono è calibrato per contribuire all’atmosfera generale e mescolarsi con gli altri in maniera armonica.

Vi inserite in un contesto particolare quanto variegato, quello della New Wave: di quali gruppi della “prima ondata” vi sentite maggiormente tributari?

Sicuramente i Cure e i Joy Division (e personalmente ci aggiungo anche Siouxsie & The Banshees e Sisters Of Mercy) sono le band che ci hanno influenzato maggiormente da questo punto di vista, anche se siamo grandi fan di band non propriamente di prima ondata come The Smiths e Tears For Fears, che sono arrivati leggermente dopo.

Innegabile, oltre all’attitudine Rock, è anche la vostra propensione per l’universo eletteronico. È sempre facile far convivere queste due componenti?

Non è semplice. Le parti di elettronica, dovendo inserirsi in un contesto prettamente rock (chitarra, basso, batteria, voce) devono riuscire a integrarsi bene senza risultare invadenti o forzate. E’ una guerra di equilibrio e sottrazione fino al raggiungimento del giusto risultato e sicuramente contribuisce in gran parte a quello che è il nostro stile.

Suonare questo tipo di musica vuol dire quasi sempre mettere lo strumento al servizio della canzone: quanta maturità serve per mettere da parte il proprio ego, la propria attitudine solista, e diventare un artigiano del suono?

Effettivamente ci va del tempo a capire che la canzone che stai scrivendo deve essere l’unica protagonista di tutta la questione. Fortunatamente la nostra precedente esperienza in diverse band ha fatto si che questa “fase” fosse già consolidata nelle nostre teste al momento della creazione dei We Are Waves.  

Il singolo “Road to you” ha la particolarità di discostarsi dai soliti clichè compositivi puntando molto sulla tensione armonica, eppure tende ad essere ricordato, a lasciare qualcosa: è faticoso riuscire ad ottenere risultati simili senza imboccare strade fin troppo battute?

Molto felici che ti sia piaciuto! Scrivere una bella canzone, mettendosi dalla parte di chi ascolta piuttosto che da quella di chi suona, è una delle cose più difficili che si possano tentare. Spesso i due mondi (quello dei musicisti e quello degli ascoltatori) sono diametralmente opposti, e abbandonare sterili virtuosismi in favore di un’urgenza comunicativa che però non sia banale o scontata è qualcosa di molto complesso. Noi cerchiamo di fare del nostro meglio e di seguire questa strada mettendoci dentro la nostra personalità.

Quanto conta il palco per voi? È una dimensione che sentite più o meno vostra rispetto allo studio di registrazione?

Siamo essenzialmente una live band, per cui il palco è fondamentale. I nostri dischi nascono in funzione di essere portati in giro dal vivo, per cui è una dimensione che sentiamo particolarmente nostra…sicuramente più dello studio di registrazione, dove se non ci fosse stato un produttore coscienzioso come Federico Malandrino avremmo sicuramente fatto un gran casino!

Siete una band torinese, la vostra città ci ha dato tanto dal punto di vista musicale negli ultimi anni, quanto conta questo luogo notoriamente magico nel vostro approccio all’arte?

Torino è una città stimolante e ‘felicemente stressante’ , che ti porta al confronto continuo con altre realtà che producono musica intorno a te. E’ una cosa che, nel bene e nel male, ti fa crescere molto, ti fa uscire di casa (spesso avendo l’imbarazzo della scelta perché magari ci sono 2/3 concerti nella stessa sera) e ti fa mettere in dubbio le tue convinzioni all’incirca ogni settimana. Nell’ultimo periodo poi stiamo vivendo una bella ripresa dell’underground più viscerale dopo anni di ‘stanca’, soprattutto da parte del pubblico, che ora invece pare più reattivo e desideroso di tornare a viversi la situazione live. Non diciamolo troppo ad alta voce e incrociamo le dita.

Quali sono i vostri progetti futuri e le vostre aspettative?

Come detto prima, siamo in primo luogo una live band. Per cui i progetti futuri sono quelli di suonare il più possibile. Nello specifico stiamo lavorando ai prossimi impegni, che sono decisamente gustosi. Il 17 Aprile torneremo a suonare a Torino, al Magazzino sul Po, con un’istituzione della New Wave e del cyberpunk inglese come i Clock DVA, e sarà decisamente emozionante. A Giugno partiremo per il nostro primo tour in Spagna più qualche festival estivo nella penisola, e a Settembre saremo in giro per la Germania, il Belgio e l’Olanda.

Raccontateci un aneddoto di questi primi anni di attività, qualcosa di divertente che testimoni però anche quanto sia dura “arrivare”..o anche solo “partire” qualche volta.

Ce ne sono parecchi…uno abbastanza esplicativo sul “partire” è capitato da poco, in uno dei nostri ultimi concerti dalle parti di Ancona; due ragazze alla fine del live sono venute a farci i complimenti, il concerto le era molto piaciuto; chiacchierandoci un po’ abbiamo capito che ci avevano scambiato per un’altra band, che ha una canzone intitolata We Are Waves. Alla loro domanda sul perché non l’avevamo suonata abbiamo risposto che quella sera non ne avevamo avuto voglia.

Sul loro sito ufficiale trovate maggiori informazioni e il nuovo album, che potete ascoltare qui.

 

Intervista di Jacopo Magrini – redazione NMP

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