Soul Sailor & The Fuckers

Sabato 5 Aprile è stato un giorno di grande musica per il Supersonic di Foligno.

Due band di grande livello musicale e coerenza: sono andati in scena i nostri Soul Sailor and the Fuckers e i The Pipers, band di origine partenopea che ha aperto la serata.

Dopo il soundcheck, abbiamo avuto la possibilità di parlare un po’ con Simon a.k.a Soul Sailor, il fondatore e frontman della band. Ci ha raccontato di questo nuovo lavoro, Multicolour Brain (prodotto da Urban Records), della sua innegabile passione per la magica Inghilterra degli anni ’60, del suo rapporto con l’insuccesso/successo e del suo sogno nel cassetto: scrivere un pezzo per Ornella Vanoni.

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Ciao Simon, raccontaci un po’ la genesi e la mission del tuo progetto.

Nel 2006 si sono sciolti i the Mallard (nota band locale di cui Simon era il chitarrista, ndr) dopo la partecipazione ad Arezzo Wave, questo è successo a causa di divergenze di natura artistica; io ho altri gusti musicali, e sono quelli che ho espresso con questo progetto da allora fino ad oggi: ho sempre scritto canzoni orientate verso gli anni ’60 , in maniera del tutto trasversale, dalla psichedelia al soul… Penso che in questo progetto, le venature di quella eredità così lontana siamo venute fuori nel corso degli anni, d’altra parte dal 2006 ad oggi di tempo ne è passato tantissimo. In realtà si tratta di plagiare bene, un poco alla volta… La nostra arte e la nostra originalità sta proprio in questo (ride ndr).

Dicci qualcosa del vostro nome. Ma soprattutto, chi è Soul Sailor?

Innanzitutto loro (la band, ndr), sono i the fuckers, cioè gli stronzi…o i fottitori… secondo come gli va la vita. Per quanto riguarda Soul Sailor, il nome nacque al liceo, quando per l’appunto firmavo le mie poesie come “il marinaio dell’anima” appendendole poi su tutte le pareti della scuola. Inoltre io adoravo, ed adoro, la canzone “Sailing” di Rod Stewart (l’intervistatore condivide questo amore, ndr), così ho unito le due cose ed ecco spiegato l’arcano.

Come copertina dell’album avete scelto un bellissimo dipinto di Lawrence Alma-Tadema: “Le rose di Eliogabalo”; puoi spiegarci questa scelta?

Innanzitutto nelle scelte di comunicazione che riguardano la band, non mi piace molto usare le nostre foto perché non mi piace proprio come siamo noi…fisicamente intendo (risate ndr) …quindi già questo è un buon presupposto per potersi poi impegnare su versanti grafici diversi. Infatti il disco precedente raffigurava un mio alter ego, che tra l’altro era la mia compagna: una ragazza di colore che indossava il mio vestiario, la mia oggettistica; poi la cosa si è ripetuta anche nel video del singolo. Per quanto riguarda il nuovo disco, questo ha sonorità molto più inglesi e quindi sia questa tipologia di copertina, nonché la tradizione preraffaellita e neoclassica, si addicono molto allo stile che abbiamo adottato. Partiamo sempre dal presupposto che trattandosi di un mondo musicale non così originale, è chiaro che esiste già tutto un panorama ed un retroterra estetico abbastanza stereotipato che va rispettato. Tuttavia, proprio all’interno di questi stereotipi, si può giocare la propria parte in maniera diversa e così essendo il titolo del disco “Multicolor brain”, una presenza di colori piuttosto forte, unita a delle sfaccettature quasi barocche della copertina, si sono rivelate funzionali allo scopo. Inoltre, all’interno delle nostre canzoni ci sono degli elementi che possono essere ricollegati a questa scelta: molti sanno che Eliogabalo fu un imperatore romano che ebbe fortuna per pochissimi anni…l’opera raffigura l’invito a banchetto dei suoi detrattori, mentre vengono uccisi facendo cadere dal soffitto una quantità enorme di petali di rosa, tale da soffocare quasi tutti i commensali. Il concetto che ne emerge è quello della morte per mezzo della bellezza; questa complessità, questa contraddizione, mi piacevano molto, senza considerare che l’album si chiude con il brano “Democacy is just an old illusion”, che quindi è il pezzo più strettamente collegato alla copertina…invece con il brano strumentale “Eliogabalo’s revange”, ci siamo semplicemente salvati il culo aggiungendo un altro piccolo riferimento (risate ndr).

La vostra musica rispetta quindi degli stereotipi, tuttavia in soli 35 minuti si ascoltano tanti mondi differenti. Quali sono le vostre influenze?

Tornando alla nostra bruttezza fisica, ti posso dire che noi siamo un po’ i Mamas and Papas Umbri (risate ndr), anche se me piace fare un po’ il Paul Weller del centro-Italia. Detto ciò, questo disco mi piace molto perché tira fuori più venature: c’è l’elemento che richiama gli Who, quello più vicino ai Mamas and Papas, ci sono i Beatles… mi si perdonerà, ma quando si parla di riferimenti non posso che nominare gruppi, perché poi è proprio dall’unione di tutti questi mondi che viene fuori la nostra originalità. Insomma, io non ti dirò mai che nelle mie canzoni parlo del proletariato, se poi la mia biografia personale può incidere sui testi, questo avviene a livello implicito ed inconscio… i testi andranno sempre a parare sulle sensazioni personali, ma questa non è la cosa più importante… la cosa più importante è come le sensazioni personali abbiano trovato sfogo attraverso gli ascolti di riferimento. D’altra parte non c’è mica vergogna nel dire che la musica che amiamo ci cambia la vita, dopotutto l’arte ha anche questo piccolo risvolto. Comunque per completare il discorso, forse “Don’t give it up” (traccia 8), è il pezzo più vicino al disco precedente, con una venatura più soul…o forse più omosessuale, non lo so (risate ndr).

Sono rimasto incantato dal duetto vocale “Move over”, un brano che sembra anche un po’ distante dalle altre sonorità. Come è nato il pezzo?

La voce femminile è di Manu, che è onnipresente il tutto il disco. Il brano, per ricollegarsi alle altre sonorità, è stato riarrangiato insieme a Diego Radicati, che è il produttore dell’album nonché mio compagno di avventure alla Urban records insieme a Fabio Calzolari. Per dargli la giusta legittimità all’interno di questo lavoro abbiamo utilizzato il mellotron come suono principe, uno strumento che pian piano farà sempre più parte della nostra musica. In realtà la base del brano nacque addirittura prima dell’uscita del disco precedente, cercando di avere un sound molto vicino ad alcune canzoni di Otis Redding come “These arms of mine”; infatti quando suoniamo “Move Over” in unplugged, quella sonorità riemerge subito. Invece nel disco, tramite gli accorgimenti che dicevamo prima, ne è risultata una atmosfera più trasognata, eterea, che si ricollega al resto delle canzoni. D’altra parte era un brano così bello che lasciarlo fuori mi dispiaceva. Tra l’altro Manu è bravissima anche con il cake design!

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La nuova ondata di gruppi Indie sembra aver scelto in blocco la lingua Italiana per le canzoni. Voi siete rimasti coerenti alle vostre radici e cantate esclusivamente in inglese: quale è il motivo di questa scelta?

A me la scena Italiana, anche a livello locale e a prescindere dalla lingua usata, non dispiace. Per la nostra band i presupposti di base sono questi: innanzitutto io tra una settimana compio trenta anni e non posso pensare di decidere di fare qualcosa di diverso; da quando avevo sedici anni ho cominciato a scrivere canzoni in inglese, quindi è proprio naturale ormai, è scritto nella mia indole andare a parare verso quel tipo di composizione. In secondo luogo non sarei nemmeno capace di scrivere una canzone in italiano, ho scoperto la nostra musica tardissimo a dire il vero, saranno forse due anni che la tollero, perché è naturale che quando si comincia a suonare, per poter scremare e capire cosa veramente colpisce la tua anima, ami qualcosa nella misura in cui odi tutto il resto. Ma maturare significa anche prestare ascolto con meno superficialità a ciò che è differente…a me piacerebbe tantissimo scrivere una canzone per Ornella Vanoni, ma non ne sono capace…” L’appuntamento” è una canzone bellissima, io adoro quel modo di cantare e di scrivere, ma sinceramente non credo di essere capace di lavorare in quel modo. Se mi chiedi di scrivere un pezzo beatlesiano, forse fino a sessanta anni ce la faccio, ma a scrivere in italiano proprio no, chissà che un giorno possa riuscirci, mai dire mai. Io ormai sono così e questo album fa un po’ capire ciò che è stato prima ma soprattutto ciò che potrà venire dopo.

Dicci allora chi ascolti con piacere della scena Italiana.

I calibro 35, però in quel caso il motivo è abbastanza chiaro, si tratta di musica strumentale (risate ndr)! No, scherzi a parte, li stimo tanto anche per la loro dipendenza dal cinema anni ’70, dal quel mondo cinematografico e musicale che prende il nome di blaxploitation e che nel nostro disco precedente era in parte presente. Come secondo nome, visto che siamo a Foligno, non vedo perché non debba fare il nome di Blue Dean Carcione, che per me è un artista di livello internazionale, quindi non mi vergogno certo a metterlo tra le mie influenze…è molto in gamba, tra l’altro abbiamo registrato un pezzo insieme di recente, negli studi della Urban Records. Anche i Giuda sono una band che posso tranquillamente mettere tra le mie influenze, hanno una bella vena glam…d’altra parte, a pensarci bene, sono abbastanza anglofili pure loro.

Il disco è stato prodotto dalla Urban records, di cui sei anche cofondatore: ma che rapporto avete con le etichette indipendenti?

Beh, probabilmente non facendo musica italiana (riflette ndr) …o meglio: la nostra è musica italiana ma anglofila; dato per assunto questo, il nostro rapporto con le etichette nostrane, vista la musica che facciamo, trova delle difficoltà evidenti. Forse proprio in virtù di questo, decisi di aprirne una per conto mio, anche perché lavorando in un locale come l’Urban, che ha un bacino d’utenza enorme, i presupposti c’erano. Bisogna fare una debita distinzione però, perché non stiamo parlando della direzione artistica del locale: questa non incide in alcun modo sull’operato dell’etichetta; sono due dimensioni distinte, si mantiene il nome, si lavora nella stessa struttura, ma con le dovute distanze. La realtà è che la qualità di un’etichetta si misura in base alle agenzie con cui collabora. L’etichetta può benissimo fare finta di essere un ufficio stampa, ma fingere di essere una agenzia di booking è impossibile anche perché questo è l’esatto esempio di ciò che dicevamo prima: l’Urban, in quanto locale, lavora con agenzie importantissime, ma detto questo non è che poi alza il telefono e dice “Siccome tu lavori con noi venendo a suonare al locale, allora lavori anche con lo studio di registrazione”, non funziona così…

Facciamo adesso un paio di domande a Franz Mara, il chitarrista solista della band: innanzitutto facciamo contenti i musicisti che leggono il nostro blog, dicci che strumentazioni usi per questo progetto. In secondo luogo una domanda più personale: è difficile mettere da parte la tua natura solista per suonare in modo funzionale rispetto alla canzone?

Allora, partiamo dalla prima domanda: io ormai uso da tanti anni un Peavey delta blues 2×10 e mi trovo molto bene; come chitarra uso quasi esclusivamente una 335 Epiphone con elettronica Gibson. Ma il punto forte del mio suono con i Soul Sailor è la pedaliera effetti: questo album aveva bisogno di un suono più costruito, per questo ho usato un Fuzz della Mxr, uno Space Echo, mentre per alcuni arpeggi ho usato un Chorus della Electro-Harmonix impostato come vibrato (parla del Clone Theory ndr). Per quanto riguarda il mettersi al servizio della canzone, questo è un punto di partenza più che una limitazione… io ho suonato in diversi progetti nella mia vita e sono un vero solista perché ho un retroterra marcatamente blues con venature jazz, però lascio fuori questi colori se non servono, cercando di concentrarmi sul sound del pezzo. Per me questo approccio è divertente ed è estremamente creativo trovare linee semplici che però funzionino. Non ho mai vissuto questa cosa come una limitazione, anche se la domanda è giusta, di solista nel disco c’è poco pur avendo un approccio fortemente chitarristico.

Torniamo a parlare con Simon: l’insuccesso ti spaventa?

L’insuccesso non mi spaventa perché c’è già…è alla base di tutto…non è il retrogusto del suonare, perché il retrogusto forse è proprio la soddisfazione di fare ciò che si ama… in realtà l’insuccesso è una condizione climatica di quello che fai, sempre…nei momenti sfortunati devi contarti i soldi in tasca per comprarti le corde della chitarra, nei momenti appena migliori, quando hai qualcosa in più nel portafoglio, tendi a spenderlo comunque nella musica o per le donne, che costano tantissimo, soprattutto di benzina, non perché gli si dia fuoco eh (risate ndr)…detto questo non c’è un percorso che va da un punto A verso un punto B per poi diventare una costruzione che si ingigantisce verso una sorta di giudizio finale…se non credo che funzioni così la storia universale figurati se credo che funzioni così la storia di una band…anche perché per me il successo cosa vorrebbe dire? Soldi? Date? Andare a suonare in Inghilterra? Non è questo il punto. Ci sono stati dei successi e degli insuccessi, che possono essere di varia portata e di varia natura. Pensare di poter campare di musica, a livello pratico, è veramente utopistico, ma questo lo sai già da prima, lo sai durante, lo sai sempre! Infatti le band sono composte per la maggiore da manovali, da studenti…il mio gruppo ha visto affrontare dai suoi membri le esperienze più disparate: io sono quello che lavora più all’interno della musica (anche se stavo per intraprendere un dottorato), ma ci sono studenti, futuri piccoli imprenditori… la realtà è che la persona in quanto tale è composita, ha esperienze diverse e quindi l’insuccesso è dietro la porta, su tutti i fronti.

Però mi fai riflettere su una cosa: sicuramente l’indipendenza economica è utopistica in questo tipo di musica, ma io credo che sia il prezzo da pagare per poter vivere questa esperienza senza alcun limite, senza alcuna censura, con dignità ed onesta. Tu cosa ne pensi?

Sotto questo punto di vista il ruolo dell’agenzia è fondamentale perché ti aiuta a girare l’Italia, facendoti ascoltare dai pubblici più disparati e quindi nel breve termine, dopo un disco che reputo buono, l’insuccesso sarebbe non promuoverlo adeguatamente in vari contesti. Uscire a metà febbraio con il disco per noi è già stato un insuccesso, perché uscire a novembre avrebbe lasciato spazio ad una programmazione live più corposa e magari la scorsa settimana avremmo potuto suonare al Covo piuttosto che al Bronson, invece a causa di nostri motivi organizzativi e tecnici il disco ha prolungato di due mesi la sua uscita facendo sfumare queste possibilità. Quindi questo è un piccolo insuccesso. Pero le recensioni del disco sono buone? Ecco il successo! Troviamo qualche bella data? Successo! Non so cosa fare con i festival estivi che pagano pochissimo? Insuccesso! Per agosto settembre inizio già adesso ad avere notizia di qualche buona possibilità live? Ecco un altro successo! Insomma, sposo il discorso che fai dicendo che la possibilità di esprimere la propria personalità senza preclusioni e censure è impagabile, e solo date buone in locali buoni come questo, riescono a offrire questa possibilità.

 

Intervista di Jacopo Magrini – Redazione NMP

La rubrica torna la prossima settimana, è il turno de L’Orso al Supersonic.

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