Dal diario del primo ministro

Dal diario del primo ministro

Mi hanno detto che a Sebastopoli si sta bene. C’è il mare, il clima è mite e sta arrivando la primavera. Una lezione di storia vive in quelle terre, un susseguirsi di popoli e imperi, un avvicendarsi di cultura e morte. Una baia sul Mar Nero non dovrebbe essere così diversa da un golfo in Liguria, anzi se salpiamo da Genova siamo già nel bel mezzo del Mediterraneo mentre da lì bisogna attraversare lo stretto del Bosforo, per cui non gli invidio niente. Vicino però si parla russo, per cui le belle donne bionde e candide dell’Est potrebbero allietare la mia compagnia. Sono indeciso. Ormai è certo. Ieri una lettera anglofona mi ha detto che l’esercito di Mosca ha messo piede in Crimea. La vogliono per ardente desiderio egocentrico del loro leader, la desiderano perché non accettano lo smacco post bellico, l’ambiscono per fare anche loro una vacanza al mare d’estate. Gli anglosassoni non l’hanno presa bene e sono sul punto di guerra. Anzi oggi hanno annunciato che con le truppe francesi viaggeranno verso l’Anatolia. Vogliono il mio aiuto, il nostro aiuto, ma noi cosa possiamo dargli? Siamo pochi e mal organizzati, in pieno stereotipo tricolore. Le spese belliche non sono certo mancate negli ultimi anni, tuttavia mi interrogo se abbia senso proseguirle o se sia meglio dedicare quelle risorse per altro, magari per darle alla gente che lavora ogni giorno sui nostri campi e botteghe. Il problema è che ci sono di mezzo gli europei, specie quelli che parlano quello sgradevole tedesco. Se partecipano loro alla controffensiva, ci mettono in difficoltà. Sono già padroni dell’Europa e vederli festeggiare con fiumi di birra a doppio malto per le strade un’eventuale vittoria non mi va, soprattutto se qui vicino, a due passi dal lago dove ho la mia residenza estiva. I miei ministri sono inesperti e non vogliono correre rischi. Il mio capo vuole che si ricordi il suo nome non solo per le bevande offerte ai tavoli dei lussuosi alberghi d’ambasciata e per gli accordi diplomatici notturni, quindi è favorevole, anche se non sa che le casse del tesoro sono mezze vuote e l’orgoglio patriottico rimane ancora un miraggio. Non ho molto tempo per pensarci perché la situazione è già compromessa.

Un porto in più fa gola a tutti, specie a chi non ne ha molti e non bisogna essere abili strateghi per capirlo. La scusa di un’eventuale annessione di Sinferopoli è che i Tartari si sentono russi, voterebbero per questo secondo il Cremlino, ma in verità la contesa lì è per dei luoghi importanti, oserei dire sacri per alcuni. La commessa militare fatta qualche mese fa ancora non è pronta, forse la disdico, tanto la decisione per un coinvolgimento bellico va presa prima e il conflitto durerà poco, secondo i miei generali. Li riempio d’oro per questo, spero che ci prendano ogni tanto. Il sole sta scendendo, si fa sera. Sono seduto davanti al focolare con la mia pipa a bere un bicchiere di vino piemontese e a fare due chiacchiere, dietro il mio paio di lenti spesse, con il mio amico diario, l’unico al quale mi confido senza paure. La stampa non dovrà mai sapere della sua presenza, per cui lo brucerò prima o poi.

Via, la notte porterà consiglio. Domani mattina invierò la mia risposta, la nostra replica tradotta in inglese.

Forse qualche migliaio di giovani li manderò a farsi un giro, magari in cambio della nostra indipendenza, del nostro risorgimento dopo anni di crisi e austerità, della nostra unità.

 

Torino, 28/03/1854

Dal diario di Camillo, noto come il Conte di Cavour

 

Articolo di Fabio Monachesi

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