TUA NONNA NON E’ UNA CHEF

È evidente che alcune delle cose che ci capita di ascoltare o di sentire per caso ogni giorno, appena varchiamo l’uscio di casa, hanno lo scopo preciso di vendemmiarci i coglioni o, in alternativa, di farci comparire delle escrescenze psicosomatiche grosse come l’ego di Andrea Scanzi su tutto il corpo.

L’idea che mi sono fatto nel corso del tempo è che raccontare queste fastidiose evenienze attraverso lo scritto, la parola o tramite un video virale di sessanta secondi dal costo di tredicimila euro che spiega come ci sentiamo, rendendoci famosi e liberi dalle ansie ma schiavi delle droghe pesanti, possa essere una buona soluzione per smaterializzare i nostri fantasmi.

Prima di compiere l’esorcismo, voglio precisare che tra le cose che mi causano lo sfogo di Sant’Antonio mescolato con le stigmate, non rientra in nessuna maniera la politica. Questa tematica può toccare sentimenti diversi, ma non ha a che fare con l’odio; non mi interessa assolutamente parlare delle emozioni che mi suscitano la politica o le sue degenerazioni volgari e deplorevoli. Penso che questa sia una sfera estremamente intima e personale di cui mi sono imposto di parlarne il meno possibile se non per provocare gli anziani e quelli convinti di trarre giovamento bevendo il proprio piscio. Le cose che personalmente mi fanno disprezzare le persone, sono infinitamente più futili di questa complessa attualità che tuttalpiù mi rattrista.

Auguro quindi di ricevere un uovo di cioccolata pieno di siringhe usate marchiate Najo-Oleari (che produce oggetti solo dieci giorni prima di Pasqua, poi cassa integrazione in deroga per tutti immagino, perché non ho mai visto un loro oggetto esposto su uno scaffale), a quelli che quando vanno in un ristorante di pesce con gli amici, appena guardano i prezzi sul menù, partono con una filippica su quel posticino tra Fano e Marotta dove con 12 euro ti fanno andare al largo con il pattino, ti permettono di tirare una bomba al plastico in acqua e ti autorizzano a raccogliere con il retino tutto il pesce che riesci ad ammazzare per poi portarlo in questo magico chalet, dove un sedicente cuoco te lo cucina davanti agli occhi. Vino della casa incluso eh! Che vino? Non lo so, te lo portano in una brocca, lo fa un contadino di Cingoli che pesta ancora l’uva con i piedi!! Che figlio di puttana questo contadino, pensi tra te e te, e mentre ti riprometti di fare una soffiata ai NAS, i quali non potrebbero che constatare come sia suo uso inserire dell’eternit grattugiato all’interno delle botti per dare quella nota frizzantina al vinello, ti limiti ad annuire e speri che un’onda anomala vi uccida tutti prima che arrivino le lumachine al sugo.

Visto che si parla di ristorazione, un’altra cosa che mi fa venire voglia di smurare i sanitari di casa a testate, è la seguente frase, pronunciata dal solito amico (nato da una notte d’amore violento tra Magdi Allam e un ornitorinco senza più sogni): “Di ristoranti ne ho girati tanti, ma la cucina di mia nonna non si batte”. Questa affermazione mi fa sanguinare le gengive perché è piena di presunzione, di superficialità, di violento tradizionalismo; ragioniamo: un bambino nasce in un borgo sperduto sugli Appennini di quella umile Italia raccontata da Pasolini (vai con la citazione colta, poi se mi gira mi gioco anche un b-side di Sergio Endrigo). Nella sua infanzia, fatta di povere ma salde certezze filosovietiche, questo infante non si emoziona per un calcio ad un pallone, per un sorriso rubato alla ragazzina con le trecce bionde (ma si masturba comunque moltissimo, #staiserenobarilla) o per il suono del Jukebox del baretto, che filtra con discrezione il finto-rock nostrano di inizio anni ’60; c’è una sola cosa che lo esalta: l’odore del pane e degli altri miracoli che Michelone, fornaio Trotskista dal passato burrascoso, sforna ogni giorno sul bancone della sua piccola botteguccia. Il ragazzo cresce con una forte ed innegabile passione per l’enogastronomia, per la ristorazione, per la cucina che è vita, speranza, riscatto. Si iscrive alla scuola alberghiera; per pagarsi gli studi, l’estate fa la “stagione” nei ristorantini della riviera romagnola. Le piadine, il sole, il mare, lo iodio…l’amore… Quando quelle estati finiranno, interrotte bruscamente dal suono delle p-38, il nostro ragazzaccio di bottega sarà ormai un uomo, un Ninetto D’avoli che conosce i segreti della ratatouille.  È determinato, sa bene che il suo percorso è appena cominciato: prepara uno zaino pieno di niente e per cinque anni si perde in un Mediterraneo da scoprire (Mango, Sergio Endrigo, siamo comunque a livelli altissimi). Tornato nel natio borgo selvaggio apre un ristorante di cucina molecolare, crea il suo mondo tra provette, materie prime, sapori, suggestioni, illusioni. E finalmente, dopo una vita fatta di calci nei reni, sputi, retoriche vessazioni, raggiunge il traguardo: il suo ristorante, aperto nei locali che furono del fornaio Michelone (nel frattempo felicemente accompagnato ad una ex badante Ucraina che gli ha fatto scoprire le gioie del socialismo reale), riceve l’ambita stella Michelin. Purtroppo non basta, perché secondo la guida enogastronomica redatta e curata dal mio amico, la pretenziosa cucina molecolare dell’eroe romantico di cui abbiamo cantato le gesta, non può competere con il pollo ai peperoni di sua nonna. TUA NONNA NON CUCINA BENE!! Usare litri di olio, friggere tutto, farcire l’agnello con bitume e testicoli di Snorlax non fa di questa donna una chef: solo gli chefs sono chefs. Tua nonna è una criminale di guerra, colpevole di aver annegato quella che TU (maledetto satanista) chiami tradizione, nella triste ovvietà di una cucina domenicale fatta di tovaglie a quadri, paste al forno bruciate e dolci fatti in casa che sembrano l’aborto di un sacchetto di merda vivificato!!

Ma soprattutto (a conclusione di questo rito esoterico che mi ha restituito vigore e  fiducia nei cavalli) voglio sputare la mia bile in faccia a quei tragicomici figli del niente, rozzi cibernetici signori degli anelli orgoglio dei manicomi (e sono tre, niente male come primo pezzo), che all’interno di una discussione Facebook dove si parla di musica in termini calmi e pacati, intervengono così: “Andatevi ad ascoltare AUTORE A CASO CHE CONOSCIAMO SOLO IO ED UN VECCHIO FRANCESE DI 104 ANNI CHE VIVE IN UNA GROTTA MANGIANDO SOLO FUNGHI E ROQUEFORT”.

Per tutte queste cose, e mille altre ancora, effimere quanto strazianti, oggi ho rivendicato il mio diritto ad odiare. Non odiatemi per questo.

Articolo di Jacopo Magrini

nuova penna del Nuovo Mondo Parallelo

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