Omnia Vincit Amor

1

 

 

Il vento imperversava, in quella rigida mattina di febbraio, tra le vie della città.

Quelle vie così ancora brulicanti e intatte, che quasi stonavano confrontate a quelle di città circostanti.
In piazza si trovavano i manifesti per lo spettacolo della sera . I carrozzoni sistemati con cura, funamboli che provavano in bella vista. Era la festa di martedì grasso, fine del carnevale.
Il circo Sarassini avrebbe dato spettacolo, i bambini sarebbero impazziti alla vista di quei saltimbanchi.
Tra tutta quella gente camminava, con passo svelto ma elegante, una ragazza.
Avvolta in un cappotto nuovissimo, con un cappello signorile a coprirle il volto, stava ben attenta a non farsi riconoscere. In mano teneva una bottiglia di vino, un bene raro, anzi rarissimo, in un periodo come quello.
Ma, in una città mai lambita dalla guerra come quella, c’era ancora spazio per delle raffinatezze.
La barbarie era rimasta infatti fuori dalle porte della città.
La ragazza, nonostante l’aria superficialmente serena, era piena di dubbi.
Il periodo non era dei più semplici è vero, ma in fondo a lei non era andata malissimo.
Era benestante, bella, giovane, innamorata. Soprattutto, innamorata.
L’amore era la causa principale del suo “struggimento”, per usare un termine desueto, di un secolo passato.

Continuò a camminare lungo quel dedalo di vie, sempre guardinga.
Finalmente, senza farsi notare, arrivò a destinazione.
Bussò alla porta di una palazzina “pittoresca”, come l’avrebbe definita sua madre.
Un portone scalcinato si apriva su delle scale ripidissime.
Salì, tra le difficoltà legate al suo abbigliamento elegante, fino ad una mansarda, spoglia e polverosa.
Lì dentro trovò, finalmente, il motivo per sciogliere tutte le sue preoccupazioni.
Il volto divenne disteso, l’animo si riempì di una viva felicità.
Un giovanotto alto, dai capelli ordinati e dai baffi appena accennati, se ne stava seduto su uno sgabello, con un pennello in mano e una tela, ancora incompiuta, davanti agli occhi.
Quell’aria così misteriosa, unita ai suoi vestiti consunti, stridevano con l’immagine elegante della ragazza.
Ma i due si abbandonarono in un abbraccio, seguito da un bacio degno di quei film americani visti al cinematografo.
L’arte era stata la scintilla che aveva fatto scoppiare l’amore.
In una città come quella, piena di locali e birrerie, lui l’aveva vista per caso, colpito subito dalla sua bellezza.
Aveva dipinto il suo ritratto, fatto recapitare a casa sua con una scusa da degli amici.
“Casa”, magari, era un termine riduttivo.
Era la più maestosa dimora su cui avesse posato gli occhi.
La ragazza, dal canto suo, fu rapita da quel gesto, tant’è che tra i due scoppiò l’amore.
Romantico, passionale, ma soprattutto clandestino.
I suoi genitori infatti, non avrebbero mai permesso una cosa simile.
La figlia di una delle più ricche famiglie del paese non avrebbe mai sposato il primo artista bohemien nei paraggi.

Ne andava del loro onore, della loro rispettabilità.

Ma questo disappunto non aveva impedito ai due di continuare a vedersi.
Omnia Vincit Amor, diceva Virgilio.

Lei lo ricordava ancora dai suoi studi ginnasiali.
Seduta su quel letto povero, tra i colori e le tavolozze, prese due bicchieri e versò il vino.
Un brindisi pose momentaneamente fine a tutti i loro problemi.
Tornarono poi i volti seri e preoccupati, in fondo qui c’era da decidere della loro vita.
Questo regime di clandestinità doveva finire.
Era giunto il momento di fuggire.
Fuggire insieme.
La guerra era agli sgoccioli.
Sarebbero potuti  andare ovunque.
Avrebbero raggiunto le più importanti città d’Europa, o al massimo, sarebbero andati in America.
Lei poteva sopravvivere anni vendendo i suoi gioielli.
Lui puntava sul fatto che la gente ama l’arte, e un pittore trova sempre facoltosi acquirenti.
In fondo, se fino ad ora avevano scampato ogni orrore della guerra lo dovevano anche all’arte.
Vivevano in una città aperta,  un patrimonio della civiltà umana, senza fabbriche e nodi nevralgici da distruggere,  solo arte da preservare, in un tacito accordo di rispetto internazionale.
Il pittore controllò l’ora sul suo orologio da taschino, sorridendo compiaciuto.
Erano ancora le 22.05.
Potevano stare insieme tutta la notte.
I suoi amici erano usciti a far baldoria, non sarebbero tornati prima dell’alba.
Guardò fuori dalla finestra.

Com’era bella Dresda.

Le sue chiese, i suoi palazzi, i suoi vicoli labirintici.
Amava quella città.
Ma amava di più il motivo per cui l’avrebbe lasciata.
D’un tratto, dal nulla, la sirena antiaerea risuonò per tutta la città.
Che strano, non aveva mai suonato in tutta la guerra. Non c’era nulla da bombardare a Dresda.
Sarà stata l’ennesima, inutile esercitazione,ma non gli avrebbe permesso di rovinare tutto.
Anzi, il rumore assordante della sirena venne coperto da un bacio, romantico e liberatorio.

Stavolta però, nessuna esercitazione.
In tre minuti il cielo si coprì di aerei inglesi.
Le bombe caddero come chicchi di grandine, il fuoco ghermì la città.

Duemilasettecento tonnellate di bombe sganciate, leggemmo poi nei libri.
Scaricate tutte in due, tre ore.
Un incendio propagato per centinaia e centinaia di chilometri quadrati non aveva risparmiato nulla.
Né i palazzi rococò, né le chiese tardo gotiche.
Nemmeno la dimora imponente di una delle più ricche famiglie di Germania.
Tantomeno la polverosa alcova di due giovani innamorati.

Il calendario riportava: Mercoledì, 14 Febbraio 1945.
La città era ancora in fiamme.
Ma non erano certo fiamme d’amore.

 

2

articolo di Emanuele Felicetti

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