La distrazione dei Giochi

Distraction

 

Tutte le mattine arrivo qui, pronto per timbrare. Citofono, pronuncio il numero di matricola, si alza la sbarra e lascio la mia Lada rossa al parcheggio degli operai. Vado verso lo spogliatoio, lascio il portafoglio, che ormai più che di rubli è riempito da sgualciti santini marxisti e tabacco di scarsa qualità, e prendo la tuta, non so se è la mia ma è rimasta solo questa nell’armadietto comune.

Oggi non è un giorno come un altro, qui ai piedi del Caucaso si inaugurano i XXII Giochi Olimpici Invernali.

A Soči si vive un giorno storico, mai vista tanta gente venire qui, persino le televisioni U.S.A. trasmettono ventiquattro ore su ventiquattro cosa accade, dal loro albergo, tra un aperitivo e una cena sulla terrazza riscaldata con vista sul Mar Nero. Eppure c’era già stato un giorno in cui una folla simile di persone e giornalisti erano venuti a trovarci. Era in occasione della posa della prima pietra della nostra officina metalmeccanica, la più grande dell’URSS meridionale. Tutto l’apparato del КПСС era presente per complimentarsi con noi perché rendevamo orgogliosa Mosca della sua prole. Ricordo ancora quando la costruivamo, mattone per mattone. Era nostra dicevano. E chi lo diceva ci guardava dal finestrino specchiato della lucida Volga nera. Purtroppo mio fratello non avrebbe mai avuto però la sua parte, una pressa se la prese insieme a lui, una gelida notte di fine dicembre nel mezzo del cantiere, quando mancavano pochi giorni alla scadenza e bisognava velocizzare i tempi per rispettare le stakanoviste tabelle di marcia. Era un periodo tosto quello, avevamo combattuto contro dittature feroci e avevamo vinto.

Come sempre. Per tutti.

I sacrifici post bellici erano necessari per il boom economico, o almeno dal Cremlino così ci dicevano, e quello stabilimento, tra polvere ferrosa e olio lubrificante, era l’araba fenice che rinasceva dalle sue ceneri, con la falce e il martello sotto l’ala. La fabbrica era cresciuta e quel pugno chiuso sbattuto sulla scrivania della capitale aveva concesso alla città di diventare una famosa località sciistica d’inverno e balneare nella bella stagione. Questa mattina i quotidiani non parlano di noi, del nostro confortevole lavoro e della nostra ricchezza. Certo non dicono che nonostante i ripetuti sforzi siamo il paese europeo e asiatico con il più alto tasso di mortalità annua. O che abbiamo una speranza di vita superiore solo all’Afghanistan, ma quelli hanno anche la guerra lì, mi pare. Hanno anche ragione, noi abbiamo avuto la nostra fetta di felicità, di fianco all’altoforno o giù nel seminterrato dove dormo dopo la giornata lavorativa. Il titolo del giornale si focalizza sul vero problema della nostra terra: l’omosessualità. Strana perversione, qualcuno dice una malattia, chi un modo d’essere, per me un vizio. E’ giusto che se ne parli. Siamo nel secondo millennio e si devono affrontare i mali della società moderna, come ribadito dalla Duma. I giochi non ci devono distrarre. I siti internet che pubblicano notizie ogni secondo non ci devono distrarre. I dati presentati dalle organizzazioni internazionali no profit sulla povertà diffusa nel nostro territorio non ci devono distrarre. Ciò di cui bisogna preoccuparsi è lì, nero su bianco, sulla Rossijskaja Gazeta.

Pausa vodka. Hanno acceso la tv per l’evento speciale.

Tutti con lo sguardo fiero e la mano sul petto.

Abbiamo vinto la prima medaglia d’oro.

Articolo di Fabio Monachesi

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