La generazione precaria

Precarietà 2

“Pronto Marco, come stai? Sei stato a vedere i quadri?”

“I quadri?! Sono già usciti?”

“Sì, li hanno appesi vicino alla segreteria stamattina. Sono stato già a vederli, vuoi che ti anticipo qualcosa?”

“No no, per carità. Voglio andare a vederli io. Mi cambio e vado a prendere il postale…”

Marco è ancora dentro al letto, anche se è passato mezzogiorno da un po’. Ieri ha fato baldoria con i suoi amici compaesani, la notte dopo degli esami orali, al motto festeggiante di “comunque sono finiti!”. Marco Rossi è un nome tanto popolare quanto sfortunato al giorno dell’estrazione dal bussolotto di cartone della lettera per l’ordine degli interrogati. Quella “S” l’ha condannato all’ultimo posto della lista dei candidati, in pratica un’agonia perpetuatasi per tutta l’estate. Libri aperti sulla scrivania, cestino riempito da scarti di matite temperate, tazze di caffè sul davanzale della finestra. Il motivo? Uno stramaledetto pezzo di carta, il diploma da perito meccanico, di certo non il suo sogno ma l’obiettivo da raggiungere con olio di gomito e gastriti periodiche. Marco ha sempre desiderato diventare un giornalista sportivo, di calcio se possibile. Lui, che va in giro sul “ciao” con la maglietta nerazzurra e la sciarpa bisciata, è sempre voluto andare a Milano a intervistare i suoi idoli. La passione sportiva, però, è stata abbandonata in nome di fresature, filettature, cuscinetti e alberi a camme. Marco è un atleta, o almeno lo è stato per tempo. Maratone e salto in lungo sono state la sua specialità, prima che un bastardo pezzo di ferro gli è caduto su un piede nell’ora di laboratorio di metallurgia. La vita sociale si è ridotta ai minimi storici quando ha iniziato le superiori, andando a lavorare da “Ciccio, il pizzaiolo” il fine settimana. La paga è misera ma quanto basta per pagarsi i libri, il corriere e il collegio dei frati, simboli indistinguibili della vita fuorisede. I suoi non sono mai stati contenti. Il babbo non si rassegna a portarlo ancora con sé a proseguire la storica attività di famiglia, quel chiosco vicino al tabaccaio del paesino dove vende la frutta del campo ogni mattina. Marco ha, però, deciso da tempo che non si può vivere sulle spalle dei genitori, che per migliorare ci si deve mettere in gioco, farsi da soli. Da quando ha scelto l’istituto tecnico “Enrico Fermi”, indirizzo meccanico, ha sempre avuto chiaro in testa i sacrifici e le lacrime da versare, tra nostalgia di casa e carenza di quei divertimenti che contraddistinguono la sua giovane età. Quell’investimento è garantito, comunque, da un posto in fabbrica, sotto la ciminiera che vede tutti i santi giorni dalla finestra della cameretta, quella vicino al crocefisso. Prerequisiti? Voto alto, serietà e capacità di non litigare quando i colleghi ti rompono le scatole. Marco non dubita delle sue doti e andare a lavorare sempre lontano dai suoi cari non lo spaventa, dice che è abituato, anche se qualcosa rimane sempre lì, in mezzo al campo di grano appena seminato dal babbo e dal fratellino. Quella mattina Marco ha una strana ansia: una prova secca nasconde mille insidie e il direttore dello stabilimento è stato chiaro, il massimo voto, per forza. Una fetta di pane tostato, un bicchiere di latte freddo che lo stretto stomaco accetta mal volentieri, una corsa a prendere la coincidenza ed eccolo a scuola. C’è un sacco di ragazzi radunati a vedere quel foglio che volteggia appeso sulla porta color grigio sbiadito, con tutte quelle righe riempite da nomi e cognomi scritti a mano dal professore ormai prossimo alla pensione. Il cuore batte forte e l’adrenalina blocca Marco sull’atrio. All’improvviso compare il buon Mauro, bidello e ormai caro amico: “Hai visto, Marco? Ce l’hai fatta!”. Si avvicina e legge quelle quattro parole che gli liberano la mente da tante paranoie, “diplomato a pieni voti”.

La felicità non è per quel momento tanto atteso ma per quello che sarà il domani. Finalmente un lavoro sicuro. Finalmente potrà mettere su famiglia. Finalmente garantirà ai figli la possibilità di studiare senza problemi economici all’università, per un posto magari distante dal fumo puzzolente della ciminiera. Quando i figli cresceranno, non dovranno versare tutto quel sudore, staranno lontano solo se lo vorranno, senza lavoretti da miseria e senza aspettare trotterellando in giro per avere una vita stabile e serena. In quell’istante gli passa per la mente quell’episodio, quando in quel locale, dopo aver lavorato tutto il sabato sera, il proprietario, dandogli una pacca sulla spalla, lo aveva congedato senza pagarlo dicendo “Marco, piaciuta la serata?” – e lui, per non fare l’arrogante, per timidezza e tanta inesperienza, o forse notevole coglioneria, se n’era andato via, in silenzio. In futuro tutto ciò non avrebbe riguardato la sua famiglia, ingiustizie e angherie in nome di scarso curriculum o di referenze limitate sarebbero state un ricordo solo per lui.

“Prima che te ne vai, dato che è il primo del mese, mi giri il calendario?” – gli chiede Mauro dalla portineria.

“Certo” – risponde Marco, mentre sta per uscire con il sorriso nel cuore – “oggi è una data che non dimenticherò mai: il 1° luglio 1980”.

Articolo di Fabio Monachesi

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