abtreibungsklinik

La voce di Richard Ashcroft e quel riff d’archi forse plagiato ai Rolling Stones, fanno di Bittersweet symphony una canzone magnetica. Ormai l’intero mondo conosce quella canzone. Quel ritornello le strappa  sempre un sorriso, anche se velato da un’ombra malinconica, come sembra suggerire il titolo.
La canzone sfuma  e la voce dello speaker radiofonico torna ad essere diffusa malamente
dagli altoparlanti della sala d’aspetto.
Guarda fuori dalla finestra, trovando un paesaggio fiabesco ricco di montagne e prati rigogliosi.
Ma non riesce ad apprezzarne a pieno la bellezza, gli occhi fanno fatica a rimanere aperti.
È in piedi da parecchie ore, vorrebbe solo un bagno caldo e un letto sul quale tuffarsi.
Invece può soltanto appoggiare la testa alla valigia, in attesa del suo turno.
Vorrebbe chiudere gli occhi e immaginarsi scalza, distesa su quei prati che la circondano, oppure rotolarsi giù per la montagna. In fondo, è la prima volta che vede montagne così alte.
Com’è diverso quel luogo dalla sua città.
Quanto le sembra lontano l’odore del mare, odore che l’accompagnava da quando era nata.
Lontanissime le case costruite su quello scoglio prominente, tra le quali correva da bambina.
Il sonno, combattuto strenuamente, alla fine la pervade.
Nella sua testa ora i paesaggi cambiano.
Dalla finestra si vede il mare, e dello splendido sole che filtrava nella sala d’aspetto non v’è traccia.
Nel cielo non brillano stelle, l’unica luce, fioca e melliflua, è quella della luna.
Che strano, come mai sono improvvisamente scese le tenebre?
La mano le scivola dalla guancia, facendole muovere il viso. Si sveglia di soprassalto.
Fortunatamente la sala d’aspetto è vuota, e nulla sembra essere cambiato durante quel breve sonno.
Sul volto però ha un’espressione strana. Continua a pensare a come mai nel suo sogno non c’era il sole.
Gli vengono in mente le parole del suo professore di letteratura del liceo:
“ È strano come moltissimi artisti, diversi tra loro, parlino alla luna. Beethowen, Debussy, Leopardi,  Pascoli.
L’uomo forte, tenace, si affida alla inesorabile esattezza del sole. La luce fortifica, toglie i dubbi.
L’uomo dubbioso invece si rivolge alla flebile, equivoca, ma speranzosa luce lunare.
Quasi eletta a musa, a nostra amica consolatrice, la luna ha visto nei secoli centinaia di uomini
rivolgersi a lei con sguardi pietosi, disperati, apatici.”
La sua testa è dunque piena di dubbi e incertezze?
Che domanda ridicola. Conosce già la risposta.
Si trova a più di mille chilometri da casa, sola, senza conoscere nessuno.
Per giungere in quel posto remoto ha dovuto prendere un treno, un aereo ed infine un autobus.
Un viaggio confortevole, ma stressante. E soprattutto lungo.
La mente le torna lucida per un secondo, realizza una cosa: ormai è giunta a destinazione, non c’è più tempo per tornare indietro.
Quel che è fatto è fatto.
Ha  pianificato tutto fin troppo bene per demordere.
Il luogo l’ha trovato su internet, senza neanche troppo sforzo. Leggendo storie di altre come lei.
Ha persino trovato un escamotage per non dire ai genitori che sarebbe andata sola e senza conoscere nessuno. Si è creata una finta amica di penna che smaniava di raggiungere, e dopo un mese di incessanti preghiere ha ottenuto i soldi per il viaggio.
Il giusto premio, come diceva ai suoi, per l’ottima maturità classica appena conseguita.
In attesa di trasferirsi dall’altra parte del paese, per andare all’università.
Prove tecniche di distacco, quelle che le accadono ora.
Distacco dagli affetti, dalla gonna della mamma, dai profumi e i rumori di casa.
Finito il tempo d’essere bambine, ora bisogna diventare donne.
Si ferma  a riflettere su questa frase.
Una risata isterica la pervade, e gli occhi si riempiono di lacrime.
Si sente umiliata e in imbarazzo. Pochi minuti prima le è successa una cosa simile.
Dopo aver consegnato un foglietto stropicciato, con su scritto l’indirizzo, seguito da una chilometrica parola tedesca al tassista che l’ha accompagnata sin lì.
Era una parola ricopiata da internet senza nemmeno la certezza che fosse la parola giusta.
Ma, a giudicare dallo sguardo, non aveva sbagliato la grafia.
ABTREIBUNGSKLINIK.

“Frau ****”
L’hanno appena chiamata.
Abbozza uno “Ja” poco convinto, ma alza la mano per richiamare l’attenzione.
Una corpulenta infermiera viene verso di lei, con fare cordiale,nonostante il viso serio e impassibile.
“Bitte Frau”, le dice, prendendola per un braccio, e guidandola lungo un corridoio molto luminoso.
La conduce in una stanza sterile, dinanzi alla dottoressa.
Per sua fortuna, la dottoressa parla Italiano.
Un italiano eccellente, nonostante il marcato accento tedesco.
La fa accomodare, comincia un colloquio tranquillizzante, dove le dice che ha fatto una scelta coraggiosa, e che capisce le sue motivazioni.
Una scelta matura, una scelta da donna.
Ancora quella parola, ancora una reazione emotiva pessima.
Continuano le visite, le analisi e i controlli da parte del personale della struttura, e resta sorpresa perché tutti qui la considerano una cosa normalissima.
Ora è finalmente su una lettiga, pronta ad entrare in sala operatoria.
Il suo corpo sembra rilassato e in perfetto equilibrio, ma nei suoi occhi ci sono mille incertezze e paure.
Ripensa ancora alle parole della dottoressa.
Vuole essere donna.
Ma non vuole rovinarsi la vita.
Una voce le arriva da dietro, una voce dura ma che le sussurra parole sagge.
“Non serve essere per forza madri, per essere donne”
L’anestesia comincia a fare effetto, dalla sua testa scompare totalmente quella clinica Svizzera.
È di nuovo a casa sua, a specchiarsi nel mare.
Ma stavolta, in cielo, c’è il sole.

Articolo di Emanuele Felicetti

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