A(nti) Christmas Carol

Anti Christmas Carol

Arrivò, come tutti gli anni, la vigilia di Natale.
In tutto il vicinato si respiravaquell’atmosfera, fatta di luci colorate e festoni, alberi di Natale e presepi.
Solamente in una casa, al momento, il cenone della vigilia e i regalisembravano passare in secondo piano.
Gianni viveva da solo ormai da un anno, aveva 25 anni e un lavoro da precario.
Aveva approfittato del rientro in cittàdi alcuni amici, ed era tornato alle sei di mattina, ubriaco fradicio.
Aprì gli occhi, cercando di pulirsi quel rivolo di bava che lo teneva incollatoal cuscino.
Cazzo, era già mezzogiorno. Doveva essere al centro commerciale alle undici.
Vestito da Babbo Natale.
Visto che non disdegnava qualche soldo extra, aveva approfittato di questolavoretto, la paga era buona, e tutto il lavoro consisteva nel mettere sulleginocchia qualche bambino frignone, e sentirlo sciorinare un elenco di regaliche avrebbe sicuramente mandato in bancarotta anche il più abbiente deigenitori.
Filò sotto la doccia, sperando che l’acqua lo avrebbe aiutato a togliersiquella espressione da zombie.
Uscì e, asciugandosi in fretta e furia, si lanciò in una disperata ricerca delcostume.
Un’impresa più difficile del previsto. Come nei migliori film, le varie partierano dislocate in ogni angolo della casa. Indossate la giubba ed i pantaloni,in procinto di infilarsi il cappello ed uscire, si toccò il mento.
“Porca puttana! Ho perso la barba!”
Dieci minuti di ricerche vane, per poi scoprire che era infilata dentro alcappello.
Finalmente pronto, si precipitò in macchina, conscio che il suo ritardosfiorava ormai le due ore.
Arrivato finalmente al lavoro, si giustificò, dicendo che stava poco bene edera stato dal medico.
Peccato che, come aveva intuito persino lui, il suo fiato puzzava ancora  di alcool.
Forse per lo spirito Natalizio, forse perché non avrebbero mai fatto in tempo atrovare un altro Babbo Natale in tempo,  fatto sta che i dirigenti del supermercato fecerofinta di niente.
Cominciò il teatrino.
“Ciao bambino, ciao bambina. Dimmi, cosa vorresti ricevere?”
“Dai un bacio a Babbo Natale”
“Sii buono/a”
Ore interminabili fatte di mocciosi piagnucolanti, sporchi, impiccioni emaleducati.
Lui li odiava i bambini.
Ma sempre meglio questo, che scrostare tegami in un ristorante il giorno diNatale.
Tra la moltitudine di bambini che erano venuti a vedere Babbo Natale, riconobbeil nipote dell’ubriacone del suo paese. Un piccolo bastardo di quattro o cinqueanni, coi capelli ricci e gli occhi da delinquente.
Rise come un pazzo, origliando la conversazione tra il monello ed il padre.
“Allora, com’era Babbo Natale?”
“Simpatico…. Ma puzzava come il nonno”
Doveva rimanere fino alle 19,30 nel negozio, ed i suoi lo aspettavano a cenaalle otto.
Nemmeno il tempo di riposarsi.
Nemmeno il tempo per una sigaretta.
Figuriamoci quello per un aperitivo.
Il miracolo di Natale, però, era dietro l’angolo.
Alle diciotto e trenta, i bambini erano quasi spariti. Alle diciannove non nerimaneva più nessuno.
Poteva filare a cambiarsi, rilassarsi un attimo e passare a bere qualcosa albar, prima di sorbirsi i suoi.
Il cenone di pesce, gli zii che chiedono il perché abbia abbandonato gli studi.
Si avvicinò al punto in cui, sotto uno stand promozionale, aveva nascosto ilsuo zaino.
Doveva solo entrare di soppiatto in un camerino, togliere jeans e felpa dallozaino, metterci dentro il costume e uscire. In un minuto sarebbe stato libero.
Ma arrivato allo stand, infilata la mano sotto il velluto rosso, trovò adattenderlo una brutta sorpresa.
“No, non ci credo, non è possibile”
Lo zaino tanto agognato non c’era più. Pensava di essere stato fin troppoprudente a nasconderlo lì.
Invece aveva sottovalutato l’abilità dei ladri.
“Spirito Natalizio dei miei coglioni” pensò.
Una sonora bestemmia incorniciò quel momento.
A rendere tragicomica la situazione fu che l’unico bambino rimasto nelsupermercato era dietro di lui, scandalizzato dall’improperio del suobeniamino.
“Mamma, mamma… Babbo Natale ha bestemmiato”
La madre, assorta in mille ciarle con due sue amiche, biascicò un “Si, si,bravo Giorgio”
“Fila via, o ti spezzo le gambe” lo minacciò Gianni.
Il bambino, sorpreso, non se lo fece ripetere due volte.
Lo zaino che si portava dietro dalle superiori, un paio di costosissimi jeans,la sua felpa preferita, un centinaio di euro in contanti e il bancomat. Ecco ilsuo regalo di Natale al gentilissimo ladro.
Fortunatamente aveva salvato lo smartphone e, soprattutto, le chiavi dellamacchina.
“Gianni…. Gianni.. ma sei tu?”
Una voce femminile lo chiamava,  edinterruppe il suo fiume di imprecazioni.
“Ciao Anna, non ti vedo da secoli. Scusa ma mi hanno appena rubato lo zaino coni vestiti e i soldi, non posso nemmeno cambiarmi.”
“Vieni, andiamo al bar, ti offro da bere e mi racconti tutto”
Accettò volentieri, un drink gli serviva per calmarsi. Ma, persi nellechiacchiere, il numero di drink lievitò in fretta. Arrivò a barcollare dinuovo. Inoltre, il tempo era volato.
Guardò l’orologio: erano le otto e mezza.
Una decina di chiamate perse al cellulare.
I suoi l’avrebbero ucciso.
“Ciao Anna, è stato bello rivederti, ma ora devo scappare”
Corse fino alla macchina, appoggiò la testa sul finestrino e lentamente cercòdi infilare la chiave nella serratura.
Partì sgommando, verso casa dei suoi.
“Pronto, mamma. Si ciao scusa, ma ho finito ora di lavorare al supermercato.Era pieno di bambini, sono dovuto fuggire via. Spero che non si sia freddatonulla”
“No, tranquillo, a dire il vero la zia ha fatto tardi, ma sbrigati che è “
Gli cadde il cellulare dalle mani.
Lentamente, con la mano destra, cercò di afferrarlo.
Dopo due o tre tentativi a vuoto, eccolo finalmente.
Alzò di nuovo lo sguardo sulla strada, ma non ebbe il tempo di realizzare ciòche stava succedendo.

“Maschio, venticinque anni, ha un polmone collassato e fratture multiple. È incondizioni critiche.
Si è schiantato con l’auto contro unalbero, probabilmente è  ubriaco”

I medici fecero appena in tempo a valicare la porta del pronto soccorso,urlando quelle poche parole, ma non ci fu nulla da fare. Il cuore smise dibattere, a nulla valsero i tentativi di salvarlo.
Il corpo, con ancora riconoscibili  levesti di babbo natale, passò però vicino ad un bambino, che aspettava glivenissero messi due punti ad un dito.
Il padre, data l’attesa, sonnecchiava.
Il bambino prese il  braccio del padre, ecominciò a strattonarlo.
“Papà……”
“Babbo Nata….” Singhiozzò.
“Babbo Natale è mo”
“Babbo Natale è mortoooo”
“Hanno detto che era ubriaco”

“Adesso come farà a portare i regali a tutti i bambini?”

I dodici rintocchi di campana provenienti dalla chiesa vicina, sancirono lamezzanotte.
Era Natale. Il giorno più felice dell’anno.
Ma non proprio per tutti.

Articolo di Emanuele Felicetti

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