(S)communication

25 novembre 2013.

E’ lunedì, la sveglia è mia nemica e non ho intenzione di uscire dalle coperte prima di una buona mezzora. Così leggo i giornali. Il web me lo permette senza arrivare all’edicola. Altro che “era digitale”. Il vero rischio è l’obesità frutto della pigrizia.

Eppure, non è tanto questo atteggiarmi in modalità bradipo che contraddistingue la mattinata.

C’è dell’altro. Mi informo, senza badare alla sveglia che continua a tormentarmi ogni volta che magari provo a richiudere gli occhi.

Quando poi, finalmente, esco dal letargo, ecco i primi dubbi. Mentre mi lavo la faccia ed i denti inizio a interrogarmi su “cosa ho letto”.

Non lo avessi mai fatto. Altro che drammaturgia shakespeariana! Il rischio serio è quello di trovare uno spigolo vivo di casa per maciullarmi le tempie a suon di testate.

Perché? Beh, basta avere la curiosità di leggere una qualsiasi notizia su un giornale, cartaceo o online che sia, per capirne i motivi. Oppure, se ci riteniamo davvero masochisti, qual miglior strumento se non la televisione? L’informazione, sì, quella bestia rara. O comunicazione, se vogliamo chiamarla in maniera populista.

Cosa c’è di male? Sono tutte cazzate!

Io lo chiamo davvero “quinto potere”.

Non “quarto”, avete letto bene. Il quarto oramai è stato superato. Roba per Goebbels o per i lobbysti americani. Ora siamo in una dimensione diversa.

C’è internet, il web. Non si stampa quasi più su carta, ed il mondo dell’editoria lo sa.

Comunicare informazioni usando un pc e i suoi agganci è più immediato, diretto e conveniente.

Il problema è uno solo, e tutte le mattine lo affronto armato di coraggio e di una buona dose di valium e maalox: la verità dove va a finire?

Nel calderone del web le informazioni circolano come uccelli di bosco durante la chiusura della stagione venatoria. Si può mandare online una bufala madornale e farla passare come notizia da “Oh My God” sulle pagine di qualsiasi testata giornalistica.

E non è tutto qua.

La verità ulteriore non sta tanto nella disinformazione a cui, grosso modo, l’ignoranza delle nuove generazioni ha già ceduto il fianco, bensì nel controllo delle informazioni. D’altronde si sa, “fa più rumore un albero che cade piuttosto che una foresta che cresce” (proverbio cinese eternamente duraturo).

Ma se dovessi immaginarmi un demiurgo di tutto ciò che riguarda il “controllo” di quanto viene detto penserei a qualche strana entità sovrannaturale che tesse la rete del web come un operoso ragnetto.

Ecco, sì, proprio un ragno. Ma non quello “mezzo uomo” della Marvel che svolazza di grattacielo in grattacielo. Qui si parla di un ragno enorme, che se solo soffriste di aracnofobia vi sareste già tagliati le vene per non finire tra le sue fauci.

Lo stesso ragno che vi ingabbia nella sua saliva e vi opprime fino a strangolarvi. Come? Nah, niente di così palesemente surreale né fantascientifico. E’ molto più razionale e pratico di quanto possa apparire in queste poche righe… Ed ecco, dunque, il nostro ragno che inizia il suo giro di telefonate cybernetiche: prima chiama il tizio a capo di una agenzia di rating per informare i Paesi (mica pizza e fichi) che c’è da stare attenti ad investire; poi chiama il banchiere di turno che avvisa il costruttore edile di doversi sbrigare nel fare pressione all’amministrazione (marchetta più marchetta meno); infine riaccentra tutti i suoi contatti e li sperpera come il denaro di Zio Paperone (tirchio a morire) a quei pochi capaci di captare, ove ci sia, la verità. Non so se mi spiego, ma poco me ne frega. L’informazione è anche questo!

Morale della favola. Tenetevi le vostre fabbriche di consenso. Fate i vostri voli pindarici a non capire “se è vero che…” credendo ciecamente alle parole del Dio di turno. E soprattutto scaricate la colpa sugli ultimi anelli della catena, tanto per sfogare l’ira e quei quattro bestemmioni che condiscono ogni ricetta dialogica. E pensare che una volta si aspettava il piccione viaggiatore…

Articolo di Francesco Di Marco

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