Alan Parsons Project nemici d’infanzia

È molto raro avere ricordi dei nostri primi anni di vita e, se ne abbiamo, solitamente sono annebbiati dal tempo trascorso. Il mio trauma infantile, però, ce l’ho impresso nella mente esattamente come se fosse successo ieri e credo che ormai, nonostante l’abbia elaborato da tempo, mi sarà impossibile rimuoverlo.

Mio padre è sempre stato un grande appassionato di musica, e quando ero bambina, trascorrevamo molto tempo sul divano a fare merenda e a metter su dischi. Mi piaceva moltissimo starmene seduta e non avere la più pallida idea di cosa stessi ascoltando, probabilmente all’epoca non sapevo nemmeno chi o cosa fosse un musicista ma, nonostante ciò, le giornate scivolavano lungo i solchi dei vinili andando così a porre le basi dei miei gusti musicali. Con la leggerezza tipica dei bambini i miei orecchi si prestavano ad ascolti meravigliosi.

C’erano i Beatles, c’erano Simon and Garfunkel, c’erano i Jefferson Airplane, c’era Beethoven, ma soprattutto c’era Bob Dylan, il mio grande amore.

Era tutto bellissimo.

Fino a quel giorno.

Fino a quando, cioè, mio padre commise il drammatico errore di scegliere il più sbagliato dei dischi: “Tales of Mystery and Imagination – Edgar Allan Poe” degli Alan Parsons Project.

Come si intuisce dal titolo, si tratta di un vinile ispirato ai racconti del celeberrimo scrittore statunitense. Fu un incubo. Pianti e strilli e disperazione. Il terrore disegnato sul mio volto. Un pomeriggio nero.

Più piangevo e più mio padre rideva della mia reazione. Non credo di aver pianto e gridato tanto quanto feci quel giorno e il fatto che papà fosse così divertito dal mio terrore era per me ancora più straziante.

Se chiedete a mio padre di raccontarvi questo episodio, lo farà ancora tra le risate, però l’idea di farmi ascoltare di nuovo gli Alan Parsons Project l’ha completamente abbandonata. Ed io d’altro canto non provo una particolare simpatia per la loro musica. Anche se non la giudico. Il mio trauma infantile ha il nome di quella band.

Però adoro Edgar Allan Poe.

Articolo di Giulia Marinangeli

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