Quando l’uomo non può nulla… O forse sì.

“9 Ottobre 1963.

Longarone, Valle del Vajont.

Pioggia, pioggia e ancora pioggia.

Sono giorni ormai che queste precipitazioni bagnano la rigogliosa boscaglia delle Prealpi friulane…

La diga sembra reggere, ma la paura è tanta.

Riesco a leggerla tra gli occhi dei miei compaesani.

«Il bacino idroelettrico del Vajont sarà l’opera prima delle grandi costruzioni firmate ENEL e Ministero dei lavori pubblici» recitavano i detti dei politicanti di qualche anno fa.

Ma la paura non è mai andata via. Non dalla coscienza di chi questa terra la conosce.

Non da chi ci vive. Non da chi la ama al suo status quo.

Da queste parti, Toc vuol dire “marcio”. E la necessità di vedere il Monte Toc affiancato da un mostro di cemento armato più inquietante di lui non ha mai convinto nessuno di noi.

Le proteste di quegli anni le ricordo bene seppure fossi ancora un ragazzino, e non servirono a molto. I fondi erano stati stanziati ed i lavori di cantiere iniziarono presto.

Nel giro di pochi anni il prodotto era praticamente finito, nonostante le critiche, i pareri sfavorevoli di alcuni tecnici e le denunce di molti giornali.

I committenti si erano voluti sbrigare appositamente per smorzare lo scandalo: un muro cementifero di 265 metri circa di altezza svettava sopra la valle ormai.

Era lì, solido come nient’altro al mondo.

A noi del luogo non preoccupa la diga in sé, tranne che per motivi visivi. Hanno voluto distrugger una visuale paesaggistica in nome dell’energia elettrica.

Lo abbiamo accettato.

Però c’è un fatto. Del Toc non ci fidiamo. E non è per scaramanzia.

E’ venuto un geologo esperto pochi mesi fa… Nel mentre stava campionando i suoi materiali di roccia ha scorto la possibilità di una paleofrana nel monte.

La notizia è saltata giù in paese come una manna dal cielo mista ad ansia.

Credevamo che fosse la scusa buona per fermare i lavori. Ma si rivelò tutt’altro.

La risposta che giunse alle nostre orecchie fu semplice e senza ammissione di repliche: «Una paleofrana può star ferma anche 100.000 anni. Ritornate a dormire sonni tranquilli nelle vostre case. La diga non può cedere.»

Mi affacciai dalla finestra e scrutai l’orizzonte dietro la valle. Le gocce di rugiada pattinavano nell’intercapedine del vetro della finestra.

Sospirando voltai lo sguardo verso l’orologio e notai che erano già le 22:38… E fu così che quella notte ci rimettemmo a dormire…”

Quella notte, in meno di 20 secondi, alle ore 22:39, 260 milioni di m³ di roccia scivolarono, alla velocità di 30m/s nel bacino artificiale sottostante creato dalla Diga del Vajont.

Il rumore di un’onda alta 200 metri di detriti fu assordante e travolse il paese e mezza valle del Piave. 1917 persone persero la vita, consce da mesi del rischio a cui erano sottoposte.

A distanza di cinquant’anni, le cause del disastro sono finalmente state svelate: l’errore di valutazione dell’energia cinetica sprigionata dalle acque fu compiuto dall’essere umano.

Nonostante la diga avesse retto, la sua costruzione fornì il pretesto per lo smottamento della frana.

L’uomo aveva fallito. La natura lo ha voluto punire così.

Articolo di Francesco Di Marco

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