Europe (?) is watching you!

Era una gelida mattinata berlinese di metà inverno.

Il clima nevoso teutonico mi stava logorando e le poche ore di riposo non bastavano più.

La notte scorsa ho rischiato di andare in tilt, di non reggere la pressione.

Ma ero ancora lì, con una missione ben precisa. Avevo bisogno di un caffè nero bollente e decisi di scendere dagli uffici dell’ambasciata proseguendo lungo Unter den Linden alla ricerca di una caffetteria.

Il freddo sembrava volesse spaccare dall’interno le mie ossa arrugginite dal fatto di aver dormito mezz’ora su una poltrona negli ultimi tre giorni. Quella dannata apparecchiatura di registrazione che usavamo per intercettare la Cancelliera mi disturbava il sonno, col suo ticchettio interminabile.

Voci che correvano su tutte le linee per poi perdersi in elenchi tortuosi come Lombard Street.

Eppure, quella mattina, verso le sei, dopo giornate intense di caccia alle streghe, finalmente avevo scovato informazioni utili per la NSA. La voce spensierata della Merkel era finita nella rete.

Bingo!

Mi stava fornendo materiale chiaro come il burro pronto ad esser infilato dalla lama del governo statunitense.

Oramai il mio lavoro stava quasi volgendo al termine. Con quest’ultima pratica dovevo solo attendere di esser spedito nella sede di Roma a godermi il sole, la cucina e i ridicoli scandali italiani, oppure forse di nuovo in Francia per una nuova operazione.

Ora vi chiederete chi io sia e che mestiere faccia, suppongo?! Spiare.

Ficcare il naso e le orecchie negli affari di Stato dei leader europei o, per dirla in maniera più pudica come suggerisce il dipartimento di pubblica informazione della Casa Bianca, “raccogliere dati per indagini di campionamento”.

Il fattore curioso di questa vicenda, però, non è la risposta al “indovina chi”.

Da quando sono atterrato a Berlino figuro come funzionario diplomatico all’interno dell’ambasciata americana. E la stessa qualifica fittizia è valsa a Vienna, Lisbona, Parigi e in molte altre location. La nostra rete di agganci e collegamenti era estesa e localizzata in tutta Europa e nessuno dei miei veri colleghi, quelli della National Security Agency, appariva con il suo vero nome, data di nascita e professione.

Eravamo dei fantasmi della diplomazia. Ingannatori fraudolenti disposti a tutto pur di ricevere il tornaconto delle informazioni di quel quinto potere che dopo il lancio di WikiLeaks aveva fatto tremare Washington. A volte, tuttavia, mi chiedo “perché” svolgo questo mestiere, quali siano i rischi, i legami esterni, i tumulti interiori da dover sopportare. E spesso mi mancano le risposte di cui necessito.

Ripenso al primo emendamento della Costituzione americana e senza troppi scrupoli mi convinco del fatto che il potere dell’informazione controlli tutte le dinamiche della società mondiale. Vedo ipocrisia ovunque, ma ci convivo bene.

La domanda è: “perché no allora?”

Perché sono spietato, tanto quanto i miei capi e gli ideatori della missione.

L’unico vero dramma è che quando salgo sul “roof top” del consolato qui a Berlino passa inosservata anche la cupola di Frank O. Gehry che mi sovrasta, e lo sguardo si perde all’orizzonte fissando il Reichstad e gli uffici del cancellierato alla ricerca continua e maniacale di una prova scomoda, di una rivelazione sconvolgente.

Sono infaustamente peccaminoso, sì. L’opinione pubblica mi condannerebbe senza passare dal tribunale se solo sapesse cosa faccio. Ciò nonostante, confido sempre nella mia integrità intellettuale, conscio del fatto che la mia raccolta di informazioni si possa trasformare in un nuovo artificio maligno del futuro, capace di mettere a repentaglio gli equilibri già instabili di un continente intero dinanzi la platea mondiale.

Ma in cuor mio, scavando a fondo nelle paure, già sospetto che forse qualcun altro non regga questa pressione a cui siamo sottoposti e si trasformi in un salvatore della patria pronto a denigrarci davanti la prima testata giornalistica…”

10 giugno 2013.

Alle 4:52 del mattino ho sentito bussare alla porta della camera. Nemmeno il tempo di aprire e notai un biglietto sotto la fessura.

Il diktat era lapalissiano: “Game Over”, e nel retro del foglio seguivano le coordinate del volo aereo che dovevo prendere.

In questi casi, di solito, non hai tempo per razionalizzare ma devi partire subito senza lasciar traccia. Due ore dopo, a Schonefeld, il monitor del gate d’imbarco già segnalava in diretta nazionale lo scandalo delle intercettazione di cui anche io ero stato colpevole fino a poche ore prima.

Un mio collega non aveva retto, eravamo fottuti.

Edward Snowden, ex tecnico CIA ed operatore NSA, aveva deciso di rivelare pubblicamente i dettagli delle operazioni segrete di sorveglianza dei governi americano e britannico nei confronti di molti paesi dell’Unione Europea. Personalmente nemmeno lo conoscevo.

Il velo di Maya era stato squarciato. Tutto il mondo saprà di noi ormai…

Ma forse nessuno ha il coraggio di capire che la “guerra fredda” non è mai finita.”

K.

Dal diario di una spia.

Articolo di Francesco Di Marco
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