Sangue

Erano nel letto a coccolarsi. Dei baci piccoli, a volte dispettosi, rapidi, che ad ogni ritorno erano carichi di una voglia sempre maggiore. Le mani che accarezzavano cominciavano a pretendere carne, qualcosa da stringere tra le mani, forse anche facendo male, ma non era importante. Era il gioco dell’amore, un gioco pericoloso. Un gioco che certe volte si nutre di sangue.

Rumore di acqua che scorre. Rumore di doccia. Pensava fossero soli. Ne era convinta perché quello era il loro posto, si stavano desiderando e girando intorno e alla fine forse sarebbero entrati l’uno nel mondo dell’altro.

Invece c’era qualcuno lì intorno. Lei non sapeva. Lui forse sapeva, e quando la porta si aprì non sembrò stupito di quella presenza. E quella presenza passò, un gesto di sdegno e andò via.

Lei fu presa dal panico, uscì dalla camera, mise appena un paio di scarpe. Aveva improvvisamente ricordato di aver dimenticato qualcosa fuori da quella camera, sotto il cielo gravido di minacce. Presto avrebbe piovuto.

Il panico la stava stritolando, era tardi, doveva cercare qualcosa.. c’era urgenza nei suoi passi, si allontanavano sempre di più mentre le gocce di pioggia cominciavano a crollarle addosso.      Ma chi ha mai temuto dell’acqua dal cielo? Carica di minaccia, sì, ma è lì per pulire, non per far male. Eppure la pioggia era sempre più forte, faceva male sulla pelle.

Il terreno dove lei correva cominciava a gonfiarsi d’acqua; prima era solo una pozza solitaria che all’infuriare della tempesta cresceva. Le arrivò alla caviglia, e rapidamente alle ginocchia, la disperazione era penetrante e non lasciava spazio a nessun altro pensiero. Non ai baci rubati, non al desiderio di sangue, e di carne, non alla donna estranea nella doccia. Tutto era proiettato verso quel qualcosa disperso. Crollò pesantemente sulle ginocchia, l’acqua la copriva quasi, la sensazioni di essersi persa in qualcosa che non c’era più, le mani che raspavano sul fondo nel fango, la solitudine che scivolava nell’esofago, ingoiata tra fiotti di pioggia e fango.

Il sangue. Linfa vitale, fiume che scorre nel profondo dell’essere mortale, colore di un tramonto, odore di ruggine.

Era seduta per terra poggiata alla vasca.  L’acqua era rimasta aperta mentre lei sveniva lì per terra. Accanto a lei una lama sporca di sangue, sulle sue braccia anche, quel colore rosso intenso e brillante.

Un rumore fuori dalla porta.

“Figlia, quanto ti manca ancora?”

“Esco. Ho finito.”

Articolo di Martina Giustiniano
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