Ad Anna piace la luce

MARZO

La stanza sembrava accoglierla in un caldo abbraccio, inondata com’era di luce e di densi profumi.

Il pane appena sfornato, l’incenso che, lentamente, diffondeva ovunque il suo aroma orientale…e i colori.

Che colori, che colori in quella stanza.

Non ne aveva mai visti di così belli e variegati da molto tempo.

E poi c’era la musica, un suono allo stesso tempo dolce e vigoroso.

Il violino penetrava in ogni angolo della sala, facendo vibrare ogni oggetto di rimando.

Quanto era felice Anna, quanto si sentiva realizzata.

Altro che le medicine. I dottori stavano sbagliando tutto, possibile che ancora non l’avevano capito?

Con i loro abiti bianchi, i loro ambienti asettici e i loro occhialoni squadrati, in camere d’ospedale tutte uguali.

Se lo sarebbe scritto in fronte.

Si cazzo!

 Arrossì un poco, per il semplice fatto di aver detto una parolaccia, sua madre si arrabbiava ogni volta che gliene scappava una… e anche pensarle era diventato tabu.

“Ad Anna piace la luce”

In rosso e nero sulla sua fronte, come quando si era fatta le linee da indiana, l’anno scorso, a carnevale.

OTTOBRE

Come era possibile che fosse la stessa stanza, quella che si trovava davanti ora?

Non c’era più l’odore dell’incenso, era sparito anche il violino e al suo posto dal vecchio impianto stereo un pianoforte cantava alla luna.

I dottori l’avevano riportata via dalla stanza che tanto le piaceva a Maggio, dopo due mesi di allegria.

Lei ci stava bene ma loro insistevano, dicendo che senza medicine sarebbe tornata triste.

Sua madre aveva pianto, per l’ennesima volta, e Anna sapeva che l’unico modo per farla smettere era andare con i dottori.

Aveva vissuto mesi piatti, senza emozioni e senza suoni, in un limbo ovattato di cure e pasti freddi, con la madre sempre più magra e sempre più insonne vicino al suo letto verde e bianco.

Poi era scappata, dopo aver smesso di prendere le medicine per qualche giorno, per riacquistare le forze.

Ma quella stanza ora era diversa. Serrande chiuse e tanta polvere.

Non era più quella di prima.

Dove era andata la luce? Che fine aveva fatto la felicità?

Apri una delle finestre, ma nella notte vide solo buio e tristezza.

Fu un attimo, un barlume di pazzia si impossessò di lei ed Anna si lanciò.

Dal quarto piano in picchiata, come facevano le aquile.

“Mi sarebbe piaciuto avere un’aquila come amica”,pensò.

“Potrebbe andare a cercare la luce e portarmene un po’, attraverso il suo sguardo”.

Poi lo schianto.

Anna non era più Anna.

EPILOGO

I dottori ne parlarono per settimane.

Era una bambina, non era un caso molto grave di bipolarismo, ma forse avevano sbagliato le dosi.

Avrebbero dovuto darle più medicine.

O forse meno, dicevano altri.

Ma la mente umana è uno dei pochi organi ancora misteriosi.

Sotto tutti quei capelli e quella materia grigia, si fatica ancora a capire come intervenire.

E ad Anna, ad Anna..

Ad Anna piaceva la luce.

Articolo di Simone Bellucci
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