Inferno verde

Agosto 1976.
LA NOTTE
“Un tuono. Sobbalzo nel letto sudando a freddo, coi pensieri che si aggrovigliano selvaggiamente nei meandri della mia psiche.
Questa pioggerella ha condizionato tutto il week-end, ed il Ring ne ha risentito fin troppo.
Ho il timore di svegliarmi domattina ancora in balia del maltempo e di esser in dovere di chiedere alla Federazione di  annullare la gara.
Torno sotto le coperte, ma non riesco a chiudere occhio. E’ l’alba ormai.
Ripenso agli anni trascorsi nelle categorie minori, ai sacrifici fatti… Penso a mia moglie, alla mia famiglia. Ma soprattutto penso ai miei colleghi, quelli contro cui dovrò ancora combattere in pista e quelli che non ci sono più. Correre ti porta a rischiare. Devi esser pronto a tutto. E non puoi tirarti indietro, la passione ti farebbe sentire nostalgico a un punto tale da ossessionarti. Provo ad addormentarmi, domani ci sarà da lottare di nuovo, come la prima volta, come l’ultima volta.”

LA GARA

“Siamo già schierati in griglia. La partenza è vicina. Quei semafori sembrano lontanissimi oggi.
Questa pioggia incessante mi sta annebbiando la visiera, eppure sono qui davanti. Parto dalla seconda posizione, col mio eterno rivale James in pole.
Ho scelto le gomme rain, conscio di dover sopportare il diluvio fino a sera.
Il rombo dei motori si sta innalzando rumorosamente, interropendo i silenzi di questa verde foresta teutonica.
Devo rimanere concentrato. Ormai ci siamo. Ecco il segnale. Le luci si stanno accendendo.
Sento le mie natiche ancorate alla monoposto, ma le vibrazioni che spingono dal basso non mi convincono. Semafori spenti. Giù il piede. Via!
…Sono troppo lento, che diamine succede? Non ho trazione e mi stanno superando in troppi!
Alziamo i giri, imposta meglio la traiettoria ora. Non perdere il passo. Forza…
…Già fermo al primo giro. Devo mettere le slick, stanno mettendo tutti le gomme da asciutto, dai rapidi. Maledetto pit-stop. Veloci, cazzo!
Riparto… Calcola i tempi di reazione. La prossima curva è a sinistra… Questa dannata sospensione non risponde bene, perde aderenza. Ci siamo, ecco la Bergwerk… Arriva veloce sul cordolo, non stringere. Cazzo, sei stretto, la sospensione cede… Scivolo a destra! Tienila, tienila!
Ho sentito degli urti… Dov’è il mio casco? Cos’è questo odore?!? Il carburante… Sento il fumo che mi assale… Sto perdendo i sensi, non riesco a respirare… I miei occhi… Aiuto…”
IL RISVEGLIO
“Ero alla Bergwerk… Poi, solo nebbia. Non vedo. Sforzo a riaprire gli occhi… Dove sono? Ho l’affanno totale, sto ansimando… Le palpebre sono umettate. Sento qualcuno vicino a me…
Cos’ho in testa? Mi prude la fronte. Sento un fastidio nell’orecchio. Cos’è questo bip? Che sono questi cavi? Voglio alzarmi, non riesco a rimanere fermo così…
Una voce irrompe nei miei ragionamenti.
E’ lei… Che ci fa qui? Dovrei essere al Ring con quelli della mia scuderia…
Provo a tirarmi su. No, non ci riesco. Ho i polmoni in blocco, sono contratto. Apro gli occhi…
Intanto ascolto le sue parole, e noto che accende la televisione. Le immagini trasmesse sono quelle dell’incidente.
La mia Ferrari che sbanda, la sospensione che cede. Ho “toccato” male il cordolo. Sono finito largo… Lo schianto è pazzesco. Due vetture mi sono venute addosso…Come posso essere qui?
Il casco salta via dalla mia testa… Le fiamme. Ovunque, le fiamme…
Harald, Brett e Arturo mi hanno tirato fuori dall’inferno.
Non so cosa dire… Marlene mi stringe la mano. Devo alzarmi ora. Sì, ci sto riuscendo.
Sono scalzo su questo freddo pavimento. Raggiungo uno specchio.
Il senso del vuoto si impadronisce di me…”
Quel 1 agosto del 1976 il protagonista di questo racconto scoprì l’amore, la morte e la vita.
Si risvegliò tra le braccia del primo, percependo scariche emotive uniche, anche per un freddo come lui.
Si trovò di fronte la seconda, affrontandola con onore in piena consapevolezza e sconfiggendola passo dopo passo, giorno dopo giorno.
Si batté per la terza, subendo cure invasive e sopportando il ritratto del suo volto sfigurato.
Combatté a tal punto da ritornare in pista solo 42 giorni dopo, nonostante le ustioni, i dolori, gli affanni e le paure…
Dimostrò a tutti di aver compreso le dinamiche affettive più intime del genere umano, di aver sentito la morte pervadergli l’anima, e riscoprì in sé stesso i valori della vita.
Dimostrò a tutti, ed ancor più a sé stesso di essere un campione.
Dimostrò a tutti chi fosse Niki Lauda.

Articolo di Francesco Di Marco
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