La guerra interrotta

Un rumore improvviso, come quello di un ramo che si schianta, lo riportò alla realtà.
Trincerato nel bosco, fucile in mano, era pronto ad avanzare ad un minimo cenno del capitano.
Eccolo. Riconobbe subito il segnale di avanzata, ma nel giro di due o tre secondi si sentì scaraventare a terra. Una raffica di mitra l’aveva colpito, lasciandolo riverso a terra. Agonizzante trovò le ultime forze per urlare che il nemico stava avanzando. “Il nemico attacca. Al riparo”. Le ultime parole che riuscì a proferire.

Aprì gli occhi. Non pensava avrebbe più compiuto quel gesto così elementare. Aveva lasciato tutti in quel bosco insanguinato, si aspettava di ritrovare quel paesaggio dinanzi a lui. Non riconobbe nulla.
Era in una casa, il caminetto acceso, bambini che giocavano ai suoi piedi. Una donna di mezza età si avvicina a lui, gli porge una tazza di qualcosa. Qualcosa di caldo. Si accosta con fare rassicurante al suo orecchio, gli bisbiglia: “Papà stai tranquillo, hai avuto solo un brutto sogno.”
Chi era mai quella donna, visibilmente più vecchia di lui, che lo chiamava papà?
Si guardò le mani, le vide lisce e vigorose. Non era dunque invecchiato misteriosamente.
Magari all’Ospedale erano finiti i letti, ed era finito in un manicomio.
Non trovò altra spiegazione.
Che ne era del suo plotone? E del capitano che accennava all’avanzata? E della guerra? Della sua famiglia, quella vera? Che ne era di sua madre, suo padre, sua moglie, che aveva lasciato prossima al parto?
Sicuramente erano tutti in pensiero per lui. Magari l’avevano dato per disperso, o peggio ancora per morto.
Si toccò il collo. Non aveva la piastrina.
Doveva alzarsi. Doveva fuggire. Quello non era assolutamente il luogo per lui.
Raccolse le energie per alzarsi dalla sedia, tentò lo scatto ma le membra erano pesanti. Sembrava inchiodato alla sedia. Si alzò la camicia, notando una vistosa fasciatura intorno alla vita.
Analizzando le ferite si rese conto di essere stato fortunato. L’aveva scampata per qualche centimetro.
Ma era ancora in balia di quel posto misterioso.
Come poteva scoprire di più? E in quanto tempo sarebbe potuto tornare al fronte, o meglio ancora, a casa?
Non restava che interrogare i suoi “coinquilini”. Ma le forze lo abbandonarono nuovamente sul più bello.

Riaprì gli occhi. Era sdraiato nella neve. Intorno a lui imperversava una tormenta.
Mise meglio a fuoco: era contornato da lapidi. Si trovava dunque in un cimitero. Era in abiti civili, con un mazzo di fiori stretto in mano.  Com’era possibile? Cosa era successo? Che ne era stato del “manicomio?
Le ferite, le raffiche di mitra,la fasciatura al petto.  Quando erano accadute? Come mai non ricordava?
Nulla aveva più senso.

Non aveva alcun controllo sulla sua vita. Un turbine di sensazioni lo pervase mentre, con difficoltà, tentava di rimettersi in piedi. Sempre stringendo inconsapevolmente il mazzo di fiori, iniziò a girovagare senza meta per il cimitero. Sembrava non esserci alcuna via d’uscita e sconfortato smise improvvisamente di camminare, fermandosi precisamente davanti a una tomba.
Non gli sembrava familiare, era una tomba qualsiasi.
Ma quel nome improvvisamente lo colse di sorpresa, e quelle date gli si entrarono subito in mente.
Si inginocchiò,senza apparente motivo e in maniera religiosa e composta invocò una silenziosa preghiera.

Nel silenzio di quel luogo ameno, reso ancora più anonimo dalla candida coperta di neve, risuonò una voce.
Una donna, trafelata, correva verso di lui.
“Papà, papà, è tutto il giorno che ti cerco. Quante volte dobbiamo dirtelo, non puoi andare in giro da solo.”
Notando la postura insolita dell’uomo, ancora inginocchiato in preghiera, ed il mazzo di fiori in mano, la donna cominciò a piangere copiosamente, singhiozzando sulle sue spalle.

Lo sconforto e la sensazione di smarrimento svanirono appena le lacrime gli toccarono il viso.
Per lui fu una sorta di epifania. Ecco che la sconosciuta acquisiva un volto, un volto amato.
Era Anna, sua figlia, e lo stava abbracciando.
Papà” riuscì a proferire, strozzando per un attimo le lacrime.
“Te ne sei ricordato”
L’uomo girò la testa, osservando la lapide, che fino a poco prima riteneva di una sconosciuta.
“Proprio oggi, al decimo anniversario”.
Sua figlia riuscì finalmente a fermare il pianto, continuando a stringere al petto la testa del proprio padre.
Tutto ormai era chiaro, nessuna nebbia nella sua testa.
Niente più frontiera, niente boschi, soldati, ospedali da campo, manicomi o ferite all’addome.
Era al cimitero, ci era venuto di sua volontà. Era di fronte alla tomba di quella che per quarantacinque anni era stata sua moglie. Nel giorno esatto del decimo anniversario della sua morte.
Non c’era più alcuna guerra è vero, gli anni del fronte erano lontani decenni.
Ma il nemico non era scomparso, aveva semplicemente cambiato forma.
Niente più soldati, cannoni, trincee e carri armati. Niente mortai e granate. Niente assalti frontali o ritirate.
Il nemico ora era subdolo, era una malattia, inesorabile e spietata.
Una di quelle malattie dal nome straniero, che si ciba dei ricordi della gente, e li riduce a vivere un’esistenza triste  e sconnessa.  A vagare in un limbo di realtà fantastica, sospesa in un tempo indefinito.
Era destinato a perdere, avevano tentato di spiegarglielo a tempo debito.
Ma un ricordo lontano, un mazzo di fiori, delle lacrime sincere avevano rimandato l’ineluttabile.
Di un minuto, di un’ora, di un giorno. Non importava.
Nella certezza di dover perdere la guerra, aveva vinto una battaglia.
Perché anche se il destino era già scritto, egli non si sarebbe mai arreso. Avrebbe combattuto.
Fino allo strenuo delle forze. Da bravo Soldato.

Articolo di Emanuele Felicetti
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