Nel (surreale) mulino che vorrei


fotodimarco

“L’Italia è una Repubblica fondata sulla crisi”.

Vorrei, sin da subito, premettere una condizione: il tema di questa settimana è a me molto caro.

Lo è per svariati motivi e lo continuerà ad essere per altrettanti.

Onde evitare di annoiarvi, dunque, non improvviserò né proporrò le mie classiche filippiche da autore emergente di pensieri polemici e politici. D’altro canto, ho scritto un libro a riguardo, e queste poche righe le voglio usare diversamente.

Ripartiamo dal tema, dunque, che suona un po’ come il leit motiv de “noialtri” da diverso tempo.

Il baricentro di tutto è la “crisi”. Eh sì, la crisi. Ma di cosa? Di che crisi vogliamo parlare?

Una catalogazione della crisi sarebbe l’ennesima riempitura di spazi vuoti. Allora proviamo a ragionare al contrario giusto per 5 minuti, e riflettiamo come se non esistesse la crisi, o meglio, tentiamo di immaginarci in un contesto in cui i media non parlino di crisi.

Facciamo finta che la crisi sia un’illusione ottica, o più semplicemente l’agrodolce chimera degli ultimi anni. Anche perché, a pensarci bene, di che crisi dobbiamo preoccuparci?

Di quella che ci porta puntualmente a non perdere l’abitudine della colazione al bar tutte le mattine o di quella che ci conduce a far chilometri di fila fuori dal primo Apple Store che ci capita a tiro per accaparrarci lo smartphone all’ultimo grido?

O forse vogliamo che sia la crisi il pretesto che ci induce “a far serata” a suon di euro e ci porta in vacanza nel posto più chic dell’estate?

Tanto per capirsi: moralismi o no, la crisi c’è.

Ma quale crisi abbiamo apprezzato? A me pare che, finché un genio newyorchese non s’è inventato la dannata e reale storiella di quel tanto conclamato “titolo tossico” immediatamente fagocitato dal libero mercato, l’unica crisi, peraltro imperversante in tutti noi, fosse diversa dall’accezione meramente economica.

La crisi c’è, allora, eccome se c’è. Ma è di valori.

Gli stessi valori che trasudano del buon nome di una lunga storia familiare e coagulano poi nell’esperienza formativa che ognuno di noi affronta nella vita.

Oggi, a differenza di trent’anni fa, tanto per fare un esempio, l’orgoglio di esser “cittadini” era forza motrice, non caratteristica comportamentale di lassismo di fronte a problemi altrui.

L’umiltà e l’onore hanno poggiato su basi storiche ben più profonde del bar in cui siamo andati anche poche ore fa a gustarci un cappuccino cremoso corredato dal cornetto ai frutti di bosco.

Quindi, l’Italia è un paese fondato sulla crisi? Assolutamente sì.

E non siamo nemmeno soli. Certo, come è solito fare dalle nostre parti, ci piace distinguerci dalla massa e catturare l’attenzione di tutti, esagerando in modi esorbitanti.

Sicché, la domanda che sovviene è: da che parte vogliamo arrivare?

Tra un Parlamento che rassomiglia ad una riunione di condominio indetta per una lite di vicinato, una cultura morente sotto i colpi di sciabola dei social network e una politica che fa incetta di “panem et circenses” per allietare la plebaglia, ci sarà sempre un qualcuno che proverà a combattere, alla Don Chisciotte della Mancia, questi famigerati mulini a vento.

Francesco Di Marco (Autore di “Il peso della Carta”)

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