Cappuccini e poesie

felix

Sono le 7 e 35,  mi trovo in un bar a fare colazione.
Sono vicino alle Superiori, ed infatti entra una ragazzina, avrà quattordici, forse quindici anni. Ha i capelli rossi tendenti al rosa, il trucco pesante, un buffo cappello con le orecchie e quei guanti con le dita troncate. Fuori fanno quattordici gradi, settembre non è ancora finito, ma indossa una quantità industriale di vestiti.
Sorrido con gli occhi mentre ammino la ragazza, che tra le mani cinge un libro, custodendolo.
È “L’antologia di Spoon River” di “Edgar Lee Masters

Il barista, un amico, nicchia, sta per farmi notare la buffa mise della studentessa, ma si limita ad un sommesso ridere, e  mi ricorda il Ciceroniano “O tempora, o mores”  facendo spallucce.

Sono un po’ fuori dal mio solito personaggio, ho un impegno e nonostante sia un esimio fancazzista,
per una mattina potrei passare quasi per una persona seria
Sole24Ore in mano, vestito in maniera decente e impegnato in una conversazione sui temi del momento.

Mi becco un’occhiata sferzante e piena di sano disprezzo da parte della balda giovine. Leggo nei suoi occhi che vede in me un conformismo becero e alienante che si riflette in vestiti catalogati e discussioni aride.

Ordina un cappuccino, nell’attesa apre il libro, comincia a sfogliarlo e poi trova una pagina adatta.
Si immerge nella lettura, quando il barista, con un bonario e secco “Signorì, il cappuccino se fredda”,
le fa alzare la testa e la riporta alla realtà.

Io, da inguaribile CAZZINO (eh si, non ci sono modi di edulcorare il termine, l’unico che calza a pennello è quello più gergale e diretto) con lo sguardo cerco di leggere il suo libro, con  quelle occhiate date di taglio, tipiche dei tentativi più maldestri di copiare, messe in atto  sui banchi di scuola.

Lei mi scopre in un decimo di secondo, e nell’acredine del suo personaggio è sul punto di proferire un sonoro “Fatti i cazzi tuoi”, ne sono certo.
La anticipo e le butto là un: “It’s a boat longing for the sea, and yet afraid”

Mi guarda, probabilmente non ha capito un cazzo di ciò che le ho detto,  ma si rimangia il “Fatti i cazzi tuoi”.
Lo sostituisce con un “Scusa, cos’hai detto?” molto più politically correct, ma solo nella forma.

“E’ una barca che anela al mar eppur lo teme” chioso, aggiungendo, non pago “George Gray, poesia numero sessantaquattro. Cercala nel libro, è la mia preferita”

La curiosità, unita alla voglia di potermi mandare finalmente a fare in culo, la spingono a sfogliare quel libro in cerca di tale George Gray. La trova, la legge, e nota piacevolmente che ciò che le avevo detto ora ha un senso.

Il suo sguardo cambia: non vede più la spocchia di un rigido conformista, qualcosa le ha fatto cambiare idea.  Mi chiede se anche io abbia letto quel libro, rispondo di averlo fatto almeno una volta l’anno dal secondo o terzo anno delle superiori, non ricordo bene.

Mi dice che l’ha comprato da poco, che ha scoperto la sua esistenza cominciando ad ascoltare De Andrè e il suo album “Non al denaro, non all’amore né al cielo”

Le faccio i complimenti,io  a quattordici anni ero ancora molto più attratto dal fiume di pop caramelloso e scanzonato delle radio, e di poesie, col senno del poi, non capivo (e forse continuo a non capirne) un cazzo.

Stampa un sorriso a trentadue denti, beve il suo cappuccino, paga e se ne va. Abbozza un saluto puerile con quei guanti fumettistici e mentre lo fa le orecchie sul cappello ciondolano, creando una scena dalla mimica comica degna del miglior cinema muto di Charlie Chaplin.
Ora posso finalmente ridere senza sembrare indelicato. Mi faccio una sana risata mentre guardo  la ragazzina, che ritorna ad essere una delle tante coi capelli shock, vestiti “strambi” e trucco da “Il Corvo”.

Sette o otto anni fa, con la testa di uno scolaretto, mi sarei chiesto:
Che ne sarà del mondo, finchè esisterà gente così?
Oggi mi chiedo:
Che ne sarà del mondo, se non esisterà più gente così?

Cosa succederebbe se togliessimo al mondo la poesia, la letteratura?

Ognuno, almeno secondo me, sarebbe molto più solo. Comunicare non sarebbe possibile. L’egoismo imperante ridurrebbe il mondo in uno stato di invivibilità e si ritornerebbe, in breve, alla legge della giungla. Visione distopica? Folli pensieri di un romantico?
No, pensateci bene.

La  vita divide, classifica. Ricchi,poveri,belli,brutti,sani,malati,conformisti,emarginati.

La cultura crea un’unica distinzione: chi si limita a chinare la testa, e chi sceglie di vivere guardando il cielo.

articolo di EMANUELE FELICETTI

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