Damnatio memorie in chiave politichese

nordsudovestest

(scritto con il sottofondo: NUNTEREGGAEPPIU’ – RINO GAETANO)

Parlare di politica in questo 2013 tutto italiano è affare comune. Facebook e gli altri social network spopolano e tramite questi mezzi si intavolano dibattiti (spesso sterili) sui più vari temi della politica.

Dalla legge elettorale, agli F35, dai voli pindarici sulla fiscalità da parte delle Sante Alleanze tra PD e PDL, alle irrefrenabili contestazioni scarsamente contenutistiche di chi inneggia il popolo col grido “tutti a casa”.

Inoltre, i talk show televisivi generano audience solo grazie alle lotte emotive di chi litiga per quel posto o per quella poltrona. E così via. Un calderone infinito, molto più simile ad una grande gabbia dedicata al combattimento tra galli insomma.

In sintesi: la vergogna di cui si ricopre la classe politica e dirigente del nostro ormai ex Belpaese è sotto gli occhi di tutti sia dentro i confini italici sia, soprattutto, fuori. Di questa faccenda va preso atto, senza ombra di dubbio. Tuttavia, per coloro i quali ancora credono nei valori della politica ma si rifugiano in moti disfattisti vi è da fare ammenda.

Premetto che chi scrive è un’attivista politico locale. Parlare di sana politica, di voglia di buttarsi a capofitto nella politica e via discorrendo non va visto come esercizio di funzioni demoniache.

C’è speranza in queste poche persone che si addentrano nei meandri di un’arte difficile come la politica. Una speranza che spazia dal credere ancora nei valori e nelle ideologie e si concretizza nel proporre idee e pratiche fattuali. Eppure “fare politica” oggi è davvero molto più difficile.

Una volta le ideologie e i valori si accostavano alle persone formando un binomio inscindibile. Eravamo intrisi di una dignità sociale da far invidia a molti.

Oggi siamo privi di quella dignità: vuoi per il ventennale abbaglio di una “seconda Repubblica” inesistente, vuoi per il fallimento delle politiche neo liberiste, vuoi per lo schifo crescente di cui si è forgiata la classe dirigente. E’ inutile negare il fatto che oggi siamo diventati il Paese dei carrozzoni, delle lotte da cortile, delle urla da manicomio.

Un Paese che non ha più la sua dimensione cittadina, ma che si dota di una classe politica capace di scannarsi dalla mattina alla sera per poi far pace durante la notte quando le lenzuola del caldo letto accolgono ambedue le forze politiche maggiori. Larghe intese, già.

Più che larghe direi lunghe.

Anni e anni di botta e risposta degni dei migliori sketch di Stanlio e Onlio conclusi con un abbraccio fraterno di chi ha le natiche ancorate a quei dannati 13 mila euro al mese, ai vitalizi ed alle pensioni d’oro. Il risultato? Un Governo che dice A ma fa B, predica C ma scrive D.

Una meraviglia per i tabloid inglesi!

Si toglie l’IMU, con annessa la campagna elettorale di chi l’aveva fatta entrare in vigore, e si fa spazio alla Service Tax col solito fare gattopardesco di chi svelò l’abolizione dell’ICI in favore dell’avvento dell’IMU stessa. Disoccupazione e redditi hanno tendenze che in percentuale vanno al contrario: invece che scendere il primo sale, mentre il secondo scende al posto di salire. Il debito pubblico ci strozza come una gogna medievale. Si parla di cambiare la leggere elettorale, passando dal porcellum alla vacca, ma ancora è presto per fare i conti. Chi voleva riformarla (i grillini) ora la difende strenuamente, ed allo stesso tempo v’è chi l’ha adorata ma che desidera cambiarla (gli altri).

Eppure (PD, PDL e compagnia bella) sono lì coi nostri voti magari.

Da un lato vi è un “partito”, il PD, che non ha nemmeno una chiara identità politica. Nato grazie alle ceneri di frammenti variopinti di una sinistra comunistoide finta ed ora pronto ad esplodere come un ordigno casalingo fatto a mano. Serve solo il rampante di turno che tolga la spoletta per far saltare tutto.

Dall’altro lato, invece, vi è un “partito”, il PDL, che ha perso ormai la divina azione del suo leader. Nato da un’indagine giudiziaria sommaria e piena di pressappochismo (tangentopoli, ndr) per favorire gli affari di uno che con la politica non ci ha mangiato 20 anni, a differenza dei suoi esuli scagnozzi, bensì ha creato il proprio impero sfruttando al massimo l’inganno del conflitto d’interesse. Ma non è tutto. Tra PD, PDL e altre sigle degne dei peggior ricordi, vi è anche del nuovo.

Un nuovo marciume, se devo dirla tutta. Il caro M5S.

Un’accozzaglia di persone conosciutesi sul web grazie ai motti di spirito di un comico che non ha tardato nel mandare a “fanculo” i politici italiani. Ok per il “vaffa”, anche se la forma è deprecabile il messaggio e chiaro, ma poi? Che ci inventiamo? Cosa diciamo? Vogliamo davvero mandarli a casa con un insulto? Eh no cari miei, mica bastano le reminiscenze cinematografiche di un Amitrano Pasquale nel finale di “Bianco, rosso e Verdone”… Servono le idee ed ancor prima le persone.

Di sicuro non le stesse persone che davanti ai giornalisti non sanno nemmeno chi o cosa abbia detto che “per fare il Presidente della Repubblica servono 50 anni di età”. E’ un requisito costituzionale belli miei. Non l’ha detto mica il divin Grillo. Ad ogni modo, di esempi da fare ce ne sono fin troppi. E di questo passo non se ne esce facilmente.

Tra un PD alle prese coi congressi per decidere chi “piscia più lontano”, un PDL che tenta esasperatamente di salvare un CONDANNATO dalla mannaia di una Commissione parlamentare ingloriosamente presieduta da personaggi che lo lasciano parlare in pubblico, e un M5S che predica bene la propria “realpolitick” ma razzola malissimo non accordandosi nemmeno sugli scontrini dei caffè, non è questa l’aria per andare in paradiso.

Ed allora, mentre voi vi accapigliate come bimbeminkia in attesa di vedere in prima fila il concerto del bonazzo di turno, c’è qualche giovane che ancora crede di poter cambiare.

Non si saprà per ora, ma forse un giorno vi manderemo un po’ tutti davvero a casa e faremo invidia a chi tanto ci bistratta.

 (articolo di FRANCESCO DI MARCO – autore del libro “IL PESO DELLA CARTA”)
lo staff consiglia la lettura di: “Italica” e “Chiacchiere da BAR o da PAR (lamento)
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