Nunc Est Bibendum

mejo

(scritto con il sottofondo: 270 BIS – UNA NOTTE ALL’IRISH ROVER)

L’argomento della settimana mi stuzzica. Non ho ancora ben capito qual è, se l’alcool, il bere, il non bere.
Ma invece di inventarmi qualcosa, visto che questa settimana ho poca voglia, utilizzerò una cosa che ho scritto qualche anno fa, per un’occasione curiosa e al tempo stesso stimolante.
Quando avevo 17 anni, ingaggiai una diatriba con un’insegnante, che demonizzava il bere, adducendolo ad uno tra i peggiori vizi associabili all’essere umano. Facendo da avvocato del diavolo, e soprattutto sentendomi chiamato in causa, le promisi di scrivere una breve disamina, analizzando, come uno sciocco e sognante ragazzo, perché la gente si attacca alle bottiglie, scommettendo che avrei trovato sia qualcosa di cattivo (come era ovvio) che almeno un motivo “buono”, per salvare il cicchetto e tanto per non fare di tutt’erba un fascio (ma sì, scadiamo nella saggezza popolare, che nel 2013 fa sempre figo).
Ecco cosa pensava l’Emanuele diciassettenne :

L’unica che non tradisce mai è sempre lei. Non giudica, non ti tratta uno schifo, se ne frega se sei di buon umore o manderesti al diavolo l’intero universo, ma è sempre pronta a darti tutto. No ragazzi, non sto parlando della mamma, della nostra donna, di un’amica,di una puttana, o di qualsiasi altra cosa richiami il lato femminile del mondo. Questa “lei” particolare non è altro che una bottiglia, una semplicissima bottiglia di whiskey. Sembrerà squallido ammetterlo, suonerà magari da persone malate, emarginate, bisognose d’aiuto, ma in realtà chiunque in particolari momenti della propria vita non ha altra opzione se non quella di abbandonarsi alle inebrianti coccole dell’alcool. Non c’è parola di conforto, presenza, emozione che regga delle volte in confronto al sollievo dato dall’abbandono delle proprie preoccupazioni sul fondo di un bicchiere, quasi come moderni Lotofagi che accantonano la vita fatta di preoccupazioni, scelte, drammi, e si godono qualche ora in un ovattato paradiso libero dall’arbitrio,.Quasi una regressione alla condizione beata di quella greggia cantata dal Leopardi nel canto notturno: “La greggia felice della sua semplice esistenza a confronto della dolorosa esperienza di vita dell’uomo, contrassegnata dalla noia.” Ma purtroppo per quanto beata sia, la bottiglia non è la causa e non è la risposta. È solo una piacevole pausa dai nostri problemi e, così come nei sogni, alla fine bisogna sempre tornare a terra, bisogna sempre sbattere violentemente la faccia contro la realtà. L’astemio è colui che crede che da solo possa reggere sulle sue spalle il peso del mondo, un novello Atlante, ma spesso è il primo che dovrebbe staccare la spina col mondo, prima che egli ne sia inghiottito e in seguito repentinamente sputato. Al contempo l’ubriacone è un novello Peter Pan, crede che rifuggendo la lucidità egli abbia trovato la ricetta per vivere felice, ma invece non si rende conto che tutto quello che prova, il mondo nel quale si muove, i giorni che trascorre non sono “vita”, ma una sorta di bestiale esistenza, un far scorrere davanti ai propri occhi le proprie occasioni, data la sua mancanza di coraggio, la sua impossibilità di tornare alla realtà e di non rifuggirla eternamente impaurito. Ma che diavolo, il bere non è solo la speranza dei derelitti, l’alcova degli emarginati o dei dubbiosi, ma spesso è quanto di più forte e sacro si può condividere con qualcuno. L’alcool ha il delicato compito di bypassare tutti quei “paletti” che la nostra mente mette a protezione delle nostre relazioni, di rivelarci al mondo per la nostra vera natura, per quanto ossimorico possa sembrare, è nel momento in cui non siamo in noi stessi che spesso ci riveliamo completamente per quello che siamo. E proprio il non aver paura di condividere con gli altri le proprie debolezze, a volte, è uno dei segni più importanti della propria forza. Dunque, come diceva già Orazio nelle sue Odi: “ Nunc Est Bibendum” !

La professoressa, complimentandosi per l’ottima prosa e per le argomentazioni, concluse che nonostante le belle parole e il tentativo di romanzare la vicenda, ciò aveva ben poco a che fare con la puzza di vomito e i morti per cirrosi epatica che caratterizzano l’alcolismo. Tralasciai il fatto che gli ultimi 150 anni di letteratura mondiale puzzano di alcool peggio del più assiduo ubriacone di strada.
(e non pensate sempre e solo a Bukowski: acculturatevi! Leggete, invece di guardare “Uomini e donne”!)
Semplicemente risposi che le bucoliche, che hanno il pretesto di narrarci la vita agreste dei pastori, ben poco avevano a che fare con la puzza di merda di pecora e le sgroppate massacranti di uomini spesso analfabeti.

Concludiamo con un richiamo allo slogan del XXI SECOLO: BEVI RESPONSABILMENTE.
Tradotto dal magico linguaggio della pubblicità, ciò sta a significare:
AMMAZZATI PURE DI ALCOOL, MA NON VOMITARMI SULLE HOGAN DA 250 EURO. CAZZO!

(articolo di EMANUELE FELICETTI – autore di: “Animali sociali“)

Lo staff consiglia anche la lettura di: “Caprifogli mai cresciuti” – “2013: Odissea nell’alcool” – “Il timido ubriacone

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