Io speravo che il nascituro Royal Baby assomigliasse a Dodi Al Fayed ma purtroppo non fu così

tg24.sky (foto di tg24.sky.it)

(Scritto con il sottofondo: I giardini di Mirò – La Favilla XX)

Camminavo sotto il caldo torrido.

Farfugliavo imprecazioni a causa di quelle temperature deliranti dove l’aria appiccicosa fa ondeggiare le figure a pelo dell’asfalto.  Il bar, come sempre, era l’unico rifugio per lo spirito e per il corpo.  Camminavo sotto il caldo torrido.

C’ero io, c’erano le imprecazioni e c’era il bar. Entrai.

Pochi giorni dopo sarebbero morte 80 persone a Santiago de Compostela e Standard & Poor’s ci avrebbe ricordato che la crisi non sarebbe finita.

Ma quel pomeriggio era un pomeriggio come altri e ancora non sapevo nulla del mio futuro.

Nel bar la televisione era accesa.

Accesa su cosa?

Su Londra.

Su Kate.

Su William.

Sul Royal baby.

Su un Dio che forse ci odia o che, almeno, odia la nostra intelligenza.

Vita reale e vita Reale: la differenza tra i figli di puttana e i figli del Re.

Ogni emittente televisiva riprendeva la porta di quell’ospedale in attesa che uscisse chissà chi a dire chissà cosa.

“E’ nato il figlio di William e Kate”. “E’ maschio il bimbo di William e Kate”

“Il bambino assomiglia al papà”. Ci credo: sono entrambi pelati.

E’ un gusto agrodolce quello della cronaca rosa che inonda la nera in questa orgia di colori che serve solo ad anestetizzare i bisogni primordiali dei telespettatori  di odio e dolore.

Io, in tutto questo, ero ancora nel bar e gli anziani parlavano tra di loro al bancone ricordando di quanto fosse bella la povera Lady Diana.

Io speravo che il nascituro Royal Baby assomigliasse a Dodi Al Fayed ma purtroppo non fu così.

Le immagini della famiglia felice fecero il giro del mondo nei giorni a seguire in un turbine di pettegolezzi, idiozie e toto-nomi sul neonato.

Fuori dal bar c’era ancora il caldo torrido ed io non sapevo dei morti di Santiago de Compostela, del declassamento di Standard & Poor’s e della vita di comuni mortali.

Il mio pensiero si soffermò, per un istante, sulle migliaia di persone “normali” che nascono ogni giorno.

E quando nascono non hanno telecamere e giornalisti ad attenderli fuori dalla Hall. E se ci fossero telecamere e giornalisti davanti all’ospedale di sicuro si tratterebbe di qualche morto di malasanità.

Quando nascono le persone “normali”, la loro nascita non è la prima notizia del TG serale.

Guardai i vecchi mentre pagavo la mia birra bionda dal nome tedesco che non so pronunciare perché l’idioma tedesco mi mette ansia. Quegli anziani laggiù avevano già spostato la loro attenzione sulle buche delle strade cittadine e sul caldo torrido che incentivava alle imprecazioni e ai farfugliamenti.

Mi concessi un ultimo brindisi prima di uscire.

“Alla nobiltà errante del vero principe d’Inghilterra” pensai alzando il bicchiere al cielo.

Grazie Henry.  Piccolo uomo, genio del male.

Uscì in strada e ad aspettarmi c’era il solito, maledetto, asfissiante caldo torrido.

Un passo e dopo un altro e un altro all’infinito, verso casa.

In testa una frase:

“In un mondo che vive di gossip a noi non ci resta che morire di realtà”.

Benvenuto George Alexander Luis.

Sì.

Ti chiami proprio così.

(articolo di Luca Marinangeli autore de “Le cattive compagnie“)

Lo staff consiglia l’ultima poesia dell’autore: Il coltello

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