Il menefreghismo: una piaga della società odierna e… un caso per Dylan Dog

dylan(disegno di: Bruno Brindisi)

(Scritto con il sottofondo: Moon Taxi – Square Circles)

Menefreghismo: non curanza, disinteresse verso il mondo che ci circonda, verso la gente che abbiamo intorno a noi.

Al giorno d’oggi pare fin troppo normale, scontato vivere non curandosi degli altri o di tutto ciò che va oltre la sfera dei propri interessi. Ognuno vive nella sua bolla, nella sua nuvola e, finchè fila tutto liscio dentro di essa, poco c’importa di tutto il resto, degli altri. Come può l’arte contrastare questa tendenza? Nel mio piccolo provo a spiegarlo tirando in ballo l’arte del fumetto, ricollegandomi alla parola “nuvola”, scelta non a caso.

L’arte del fumetto è stata definita come “letteratura disegnata”, un genere di opera narrativa che fonde la scrittura propriamente detta con l’arte illustrata.

L’arte del fumetto ha il pregio dell’immediatezza, dell’essere popolare e accessibile ai più. Verrebbe da definirla “più semplice” rispetto alla letteratura canonica ma così s’incorrerebbe nel rischio di sminuirla senza rendere merito a ciò che la rende veramente affascinante. Il fumetto ha la capacità di toccare sotto più aspetti l’immaginazione del lettore. Può sintetizzare, in una sola vignetta, frangenti che avrebbero avuto bisogno di pagine e pagine di parole per essere descritti, riuscendo a colpire in maniera più diretta il lettore.

Grazie al pregio dell’immediatezza riesce a catturare l’attenzione dei più piccini tanto quanto quella dei più grandi che, forse, vi si avvicinano proprio per far divertire e per coccolare il bambino che è dentro di loro.

Un mito da sfatare è che, solo per il fatto di essere più accessibile, il fumetto tratti solo temi frivoli e superficiali.

Tornando al menefreghismo, vorrei illustrarvi come un fumetto possa rappresentare un veicolo di valori esattamente opposti e ben più pregevoli. Vorrei parlarvi del fumetto che più adoro tra tutti: Dylan Dog, personaggio ideato da Tiziano Sclavi nella metà degli anni ’80 e pubblicato dalla Sergio Bonelli Editore.

Dylan Dog è l’indagatore dell’incubo. Ovvero uno squattrinato detective residente a Londra che si occupa di casi insoliti, di incubi. Di orrori, per la precisione. Orrori che non necessariamente hanno a che fare col paranormale o con i classici vampiri, fantasmi o lupi mannari. Gli orrori che Dylan si ritrova ad affrontare riguardano anche la quotidianità, le nostre paure come possono esserlo la solitudine, l’emarginazione, la cattiveria e la crudeltà del prossimo. Dylan ha mille fobie e nessun superpotere.

Dylan è perfettamente umano. Dylan è uno di noi, così come tutti noi siamo un po’ Dylan Dog.

In un’intervista Sergio Bonelli dichiarò che il suo “Dylan Dog” (così come tutti gli altri personaggi bonelliani) è nato dall’esigenza che la generazione del tempo aveva di un determinato tipo di ideali, di un certo tipo di modello a cui ispirarsi. È la personificazione di ciò che vorremmo essere e al tempo stesso delle nostre debolezze. È chiaro, dunque, che amare un’opera, un personaggio del genere, significa immancabilmente amare anche le virtù che rappresenta, primo tra tutti: l’altruismo.

Mi piace pensare che Dylan Dog (dopo quasi 27 anni dalla pubblicazione del primo numero) risulti ancora estremamente attuale. Mi piace pensare che in tutti questi lunghi anni questo personaggio di fantasia riesca ad essere un esempio, un personaggio quasi “reale” e “vivo”.

Il Dylan che è in ognuno di noi deve risolvere il caso più importante: scoprire il bello delle cose. Come scoprirle, sta a noi deciderlo. Muoverci verso il cambiamento. Verso la “fantasia” che diventa “realtà”.

Scoprire un’arte nuova fatta di scarabocchi. Un’arte scagliata contro il menefreghismo e che ci faccia sentire meglio. Questa è l’arte. Questo è ciò che un semplice fumetto può trasmettere a ognuno di noi.

PS:

Per tutti coloro che non abbiano ancora letto il fumetto: non basatevi sull’omonimo film americano uscito pochi anni fa. Più che un adattamento, lo trovo (parere sentito e strettamente personale) uno scempio. Camicia rossa e nome a parte, non ha niente a che vedere con il vero Indagatore dell’Incubo. Quello di carta. Quello vero.

(primo articolo di LUCA BAFFICO)

Lo staff consiglia la lettura di: (Anti) Art Attack –  Ma alla fine, l’artista che lavoro fa?Il coltello

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