Ma alla fine, l’artista che lavoro fa?

lisa(nella foto: Lisa Simpson)

(Scritto con il sottofondo: L’avvelenata – F. Guccini)

Secondo Bertold Brecht: “Se una poesia su un campo di papaveri ti ha insegnato a guardare meglio i papaveriha già adempiuto ad una grande funzione”.

Potrei, in maniera pigra e alquanto pragmatica, chiudere qui la contesa. La fonte è autorevole, alla pari del  “clarus ille poeta” , locuzione con la quale gli antichi romani davano un’ aura di incommensurabilità  a autori importanti.  Ma il bello delle arti è questo. Non esistono verità,non esistono menzogne.

Tonino Guerra, compianto poeta contemporaneo, esplica il concetto in maniera limpida:
“ Non è vero che uno più uno fa sempre due. Una goccia più una goccia fa una goccia più grande”

Ma torniamo al tema della settimana, peraltro attuale e arguto come non mai.
“L’arte può aiutare a capire il mondo e a superare il menefreghismo di questi anni ’10? Se sì, come?”

Suppongo che cinquecento anni fa chiedersi  se le arti avessero una funzione sociale sarebbe stato alquanto stupido, data la palese ed evidente verità. Le arti ERANO il sociale.
Il popolo fruiva dell’esegesi biblica attraverso le  vetrate, gli affreschi, le pale d’altare.
Ascoltava le notizie provenienti da mondi lontani dalle ballate degli artisti erranti.

Andando ancora più a ritroso, nell’antica Grecia, in particolar modo ad Atene, Pericle volle fortemente il Theoricòn, un sussidio pubblico per permettere ai meno abbienti di assistere agli spettacoli teatrali.
Il popolo, attraverso le gesta e le sventure di personaggi quali Giasone e Medea, Orfeo, Euridice, Ifigenia, Oreste e Edipo, poteva apprendere lezioni di convivenza civica, valori familiari, e al tempo stesso trovare svago dalla vita grama e dedita alla fatica che conduceva. E credetemi, non c’erano spettacoli teatrali di livello infimo, per intenderci nessuno se ne andava a teatro a vedere “Vacanze di Natale a Corinto”.
Quando si trattava di abolire il Theoricòn, i più idealisti si opposero anche dinanzi alle impossibilità finanziarie. I tagli andavano fatti in altri settori.

“Meglio morti di fame che ignoranti” era il concetto fondante.
Sì, esatto, uno slogan degno di un abituè del Billionaire!

Come siamo arrivati al livello inverso? Come ha fatto lo slogan a diventare
“Meglio ignoranti che morti di fame?”

A pensarci bene il sapere, così come l’arte, oggi è a portata di tutti. Basta un pc e una connessione a Internet in teoria per accedere pressappoco a tutto il patrimonio artistico del mondo, di ogni epoca.

Basterebbe un click per condividere con il mondo intero un’opera inedita.
Immaginate Omero come avrebbe potuto risparmiare anni di vita, declamando una volta sola le sue opere, registrando tutto e caricandolo su Youtube.
Una telecamerina, un soundcheck , qualche massaggio alla barba perché fa figo e via con la registrazione.
“Salve ragazzi, mi chiamo Omero, questo è un pezzo che ho scritto da poco. Si chiama l’Iliade”
10 visualizzazioni, 9 delle quali scaturite dalla curiosità di compagni di classe/amici, ai quali era giunta voce che “quel pazzo di Omero ha un video sul Tubo dove  vaneggia di certi che si ammazzano per una Troia”.

Nel frattempo Psy, il poeta di riferimento su Youtube, con quattro mosse a cazzo di cane guadagnava un autoarticolato pieno di soldi. Omero, dal canto suo, cambiava genere, adattandosi ai gusti della massa.
L’ Odissea vede ora Ulisse, ubriaco fradicio, che si sveglia la mattina e non sa dove cazzo ha parcheggiato.
La porta talmente grossa che riesce a rientrare a casa dopo dieci anni, fatti di festini e alcool.
E non si chiama più Odissea, si chiama “Mediterranean Trip”.

Abbandonando per un attimo le visioni apocalittiche, riflettiamo stavolta su fatti veri e documentati.
Umberto Eco, una delle menti più fulgide dei nostri giorni, ha dichiarato che ha intenzione di riscrivere il suo capolavoro più celebre, “Il nome della Rosa”, per adattarlo ai giorni nostri.
Ora, visto che il libro è datato 1980, COSA CAZZO SIGNIFICA? Avete mai visto riscrivere la divina commedia ogni trent’anni nei settecento anni successivi alla sua pubblicazione?
Ve lo dico chiaro e tondo.
Avete mai letto “Il nome della Rosa”?
Avete mai sudato sopra quelle pagine così contorte e affascinanti, dense e ricche di significato?
Se sì: vi capisco, quel libro non l’ho solo letto ma l’ho amato, l’ho vissuto.
Se no: se avete abbandonato perché è contorto, dispersivo, elefantiaco, vi capisco lo stesso.
E vi capisce pure Eco.
E lui quando si mette a tavola, pane e mortadella li compra con i soldi derivati dalla vendita dei suoi libri. Quindi se gli preferite il libro della D’Urso, il povero Umberto fa il Ramadan. E non è mica musulmano!
Per dirla con uno squisito inglesismo: nel 2013, per permettere alla maggior parte di noi di godere a pieno del libro, abbiamo bisogno de “ Il nome della Rosa for Dummies”.  Incoraggiante.

Perché vi parlo di cose che non c’entrano assolutamente nulla tra loro, e non rispondono nemmeno all’interrogativo iniziale, allora? Semplicemente per dimostrare come, nel 2013, l’Artista (termine ormai edulcorato ed abusato in ogni ambito) non è un cantore delle dinamiche sociali ma è un emarginato destinato a campare d’altro, magari a scrivere di notte mentre il giorno frigge le patatine del McDonald.
Ha qualche speranza se si butta sulla musica, allora avrà un nugolo di seguaci incalliti, dei discepoli che lo seguono vestiti come straccioni ma con tanti soldi da poter comprare un quaderno da venti euro, per poi riempirlo di icone falliche. Alla faccia di Bobby Sands, che scrisse le sue memorie carcerarie sulla carta igienica. (No, no, tranquilli, non era il primo  testimonial della Regina).

L’artista, questo povero Cristo che è visto, in primis, come quello che “Non c’ha voglia di lavorare”,
parla dei problemi che lo circondano ma la quasi totalità della gente nemmeno lo vede.
Semplice: non parlano la stessa lingua.
“L’arte non paga”: il dettame che caratterizza il nostro secolo. L’artista è un fancazzista perché non passa otto ore a lavorare. Poco importa se poi quello che gli lancia le accuse è lo stesso che si fa timbrare il cartellino mentre è a fare la spesa o a giocare a Tennis.
“Papà, voglio fare lo scrittore/ il poeta/ il pittore/ il filosofo/ lo scultore/ l’attore di teatro…”
“SI, poi voglio vedè CHE MAGNI?!”
(Credetemi: questi sono dialoghi veri di persone vere, e la risposta è sempre, inesorabilmente, QUELLA!)

Un conto in banca contro la IX di Beethoven. Tranquillità economica, agiatezza sociale, integrazione contro La Ginestra di Leopardi, l’Opera da tre soldi di Brecht, il Nabucco di Verdi.

Finché ci sarà gente che, spinta da una forza interiore devastante e irrazionale, sceglierà la seconda opzione, il futuro della nostra specie continuerà ad avere un barlume di speranza..
A voi la scelta!

Io intanto sogno un domani con più Muse e meno Veline.

(articolo di EMANUELE FELICETTI, lo staff consiglia anche: Dizionario per aspiranti golpisti)

Lo staff consiglia anche la poesia: IL COLTELLO di Luca Marinangeli

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3 thoughts on “Ma alla fine, l’artista che lavoro fa?”

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